Su alcuni modelli teorici e metodologici nella scienza storica del Novecento
Giuseppe Cacciatore
Su alcuni modelli teorici e metodologici nella scienza storica del Novecento (*)
Ho già avuto modo di affermare in altro luogo 1 che è possibile, senza avere la pretesa di scrivere una storia globale ed esaustiva della teoria della storia novecentesca, individuare alcuni «modelli teorici» che hanno rappresentato «punti essenziali di riferimento sia per le premesse metodologiche, sia per la determinazione di categorie interpretative, sia, infine, per la più ampia configurazione dei livelli di incrocio tra teorie e pratica storiografica». Appare del tutto evidente che l'ispirazione da cui muovono le mie riflessioni appare ancora legata al convincimento che non può esservi storia (nel senso delle res gestarum) che non muova - a meno di voler essere o mera registrazione di eventi o, al contrario, applicazione di giudizi etici e filosofici che si sovrappongano all'esperienza storica o precedano l'effettualità storica determinata -dalla accettazione della presenza in ogni discorso storico di un necessario elemento di autoriflessione teorica. Questo è, in sostanza, nulI'altro che il monito crociano (epurato, però, da ogni visione assoluta e totalizzante della storia) di non separare mai la ricerca storica da un suo «problema». Uso qui la categoria della problematicità proprio per segnalare che la possibile individuazione di modelli teorici che stiano a base delle grandi correnti storiografiche del Novecento, non significa che si voglia pensare a teorie unificanti sotto le quali catalogare scuole storiche e orientamenti metodologici. Se c'è, anzi, un carattere predominante nel dibattito sulla teoria della storia degli ultimi decenni, è proprio quello della idiosincrasia dei nuovi indirizzi storiografici a ogni riduzionismo teorico e, tanto meno, ideologico e del conseguente faticoso processo di emancipazione da ogni precostituito schema di filosofia della storia. E, tuttavia, non v'è dubbio che proprio la radicale trasformazione indotta da alcuni profili filosofici contemporanei, che hanno ripensato in termini nuovi concetti e categorie come quelli di senso e significato, rilevanza e recezione, tempo storico e vita, singolarità dell'evento e narrazione, interpretazione e analisi, ha provocato non poche modificazioni ed innovazioni nei metodi e nelle concezioni della ricerca storica. Insomma, come ha giustamente osservato Pietro Rossi 2, anche se la ricerca storica contemporanea mostra sempre più di essere estranea ai vecchi paradigmi «forti» cresciuti nella temperie culturale ottocentesca (idealismo, storicismo, positivismo, marxismo), questo non esclude che non «faccia anch'essa uso di un apparato teorico». E il ricorso al «modello» può, beninteso, coinvolgere non soltanto i rapporti tra storiografia e filosofie «nuove» (penso all'ermeneutica, alle filosofie analitiche, al neostoricismo, allo strutturalismo, etc.), ma, e forse ancor più, quelli tra storiografia e scienze sociali 3.
Ma l'uso del concetto di modello in storiografia può anche non essere riferito solo alle interconnessioni tra ricerca storica, filosofia e scienze sociali. Esso—come ha opportunamente sostenuto il Veca 4—costituisce anche il risultato di una impostazione epistemologica che tocca trasversalmente svariati ambiti di esplicazione dei saperi umani. A partire dal concetto weberiano di «tipo ideale», si sono sempre più utilizzati, da parte delle scienze storicosociali, strumenti di comprensione del mondo dell'esperienza umana, di sintesi conoscitiva, insomma, di «modelli, schemi categorie, costrutti concettuali che fungano da selettori o ordinatori della complessità "priva di senso" del divenire». La conclusione (che io condivido appieno) a cui giunge il Veca— come altri autori di cui fra poco si dirà—è che è possibile affiancare alla ricerca empirica in storia un apparato di concettualizzazioni da non intendere, certo, come presupposti teorici astratti a cui adeguare l'interpretazione dei fatti, ma come «modelli», profili di orientamento, la cui «funzione è sostanzialmente quella di ordinare la complessità degli oggetti», di rendere «significativa» e «comunicabile» la stessa narrazione storica, sempre a patto che le concettualizzazioni siano costantemente considerate come «mezzi» e non come «fini» della ricerca storica. Aveva, allora, perfettamente ragione Fernand Braudel quando insisteva sul carattere di «variabilità» dei modelli in storia, cioè su un concetto di validità del modello che resta tale finché dura la realtà che esso intende organizzare concettualmente. «Per me—scriveva lo storico francese—la ricerca deve essere condotta sempre dalla realtà sociale al modello, poi da questo a quella e così via apportando sempre nuovi ritocchi, rinnovando pazientemente i passaggi. I1 modello è in tal modo, di volta in volta, tentativo di spiegazione della struttura, strumento di controllo, di comparazione, verifica della solidità e della vitalità stessa d'una data struttura» 5.
La storia, da questo punto di vista, come ha efficacemente sostenuto Paul Veyne, non può che essere «concettualizzante», giacché resta illusoria la pretesa di poter avere una conoscenza immediata e globale dei fatti storici. La capacità dello storico non può ridursi alla pur necessaria individuazione dello svolgimento dei fatti, ad essa deve accompagnarsi l'«invenzione» concettuale, l'individuazione, cioè, di tipi e modelli che non creano l'oggetto storico o lo prefigurano astrattamente, ma lo sottraggono alla indistinta intuizione, lo «mettono a fuoco». Ciò fa della storia qualcosa di diverso tanto dalla mera narrazione, quanto dalla semplice raccolta di dati e documenti. Se la storia fosse «risurrezione e non analisi, non bisognerebbe più scriverla: basterebbero Guerra e Pace o i cine-giornali. La realtà esiste senza essere concepita distintamente, il romanziere la crea o la ricrea; lo storico ne dà l'equivalente concettuale: non è soltanto un erudito» 6.
Che il dibattito sulla storiografia, sulla teoria della storia e sulla natura stessa dell'esperienza storica abbia costituito uno dei momenti che maggiormente hanno caratterizzato la cultura del nostro secolo può essere testimoniato, per fare un solo esempio, dal fatto che un libro, non dico sbagliato da capo a piedi come hanno detto in molti, ma di normale caratura e discutibile come tutto ciò che merita di essere discusso, sia diventato un best-seller internazionale e abbia provocato valanghe di recensioni e interventi in tutta la stampa internazionale. Alludo al libro di Fukuyama su La fine della storia e l'ultimo uomo 7. Questo nostro secolo, apertosi all'insegna di una intensa discussione, che anche allora assunse dimensioni internazionali, sulla natura della storia, sui suoi metodi, sulla sua appartenenza alla dimensione della scienza o dell'arte, si chiude con domande ancora più radicali che toccano addirittura il destino stesso della storia come orizzonte etico, antropologico e politico del mondo umano. Non è il caso qui di discutere il libro di Fukuyama; quel che mi preme osservare è che vi sono momenti epocali di svolta e di cambiamento (non è certo per pura coincidenza che il libro del filosofo-politologo americano esca all'indomani degli sconvolgenti avvenimenti del post-1989) nei quali il dibattito sulla storia si sposta dalla normalità alla straordinarietà, cioè dai contenuti della ricerca storica alle sue forme e ai suoi statuti teorici, ma anche ai presupposti e agli esiti etico-filosofici. Così avvenne nel passaggio di secolo, quando in Italia, in Germania, in Francia e nei paesi anglofoni, si sviluppò il vivace confronto sulla storia come scienza o come arte e, poi, il lungo Methodenstreit che metteva in campo, dietro l'apparente disputa metodologica, questioni di grande respiro teorico ed ideologico-politico: il contrasto tra «Storia politica» e «Storia della cultura», il ruolo delle scienze sociali e della psicologia nella ricerca storica. Allo stesso modo, dinanzi alle crisi politiche ed economiche degli anni '20 e '30, con l'apertura di nuovi scenari sempre più mondializzati, I'avvento del comunismo e dei fascismi, nuovi compiti e nuovi profili teorici si disegnano per la scienza storica: si sviluppa la storiografia di ispirazione marxista, si consolida l'orientamento della stretta connessione fra storia e scienze sociali, s'impone il grande modello della storiografia delle «Annales». E poi, nel secondo dopoguerra, altre profonde svolte e drammatici riesami delle certezze teoriche e metodologiche costruite nei decenni precedenti, indotti dalle laceranti ferite dfella guerra, dalla barbarie dell'olocausto, ma anche dal rinnovato impegno alla ricostruzione morale e civile. Gli orizzonti della storiografia si riarticolano e si diversificano: dalla storia ispirata dall'impegno ideologico e politico a quella connessa ai nuovi metodi e ai nuovi contenuti delle scienze economico-sociali, dalle inedite interconnessioni con i saperi antropologici e etnologici, al divaricarsi, infine, delle linee teoriche tra la tradizione storicistico-ermeneutica e quella analitica.
Nella sacrificata economia di un discorso che non può che essere sintetico, mi limiterò soltanto a meglio articolare qualcuno dei passaggi che ho sopra rapidamente tratteggiato.
Tra l'ultimo decennio del secolo passato e il primo del nostro, si sviluppa, intensissimo, il cosiddetto Methodenstreit 8 che, al di là dell'immediato oggetto del contendere—la contrapposizione tra storia politica e storia della cultura, tra concezione individualistica e concezione collettivistica della storia—, rappresenta il punto focale a partire dal quale incominciano a definirsi, anche se in modo non univoco, le matrici teoriche delle nuove tendenze storiografiche. Dinanzi ai processi sempre più evidenti di complicazione e trasformazione della società contemporanea nell'economia, nella politica, negli stili di vita; dinanzi al mutare dei soggetti nell'agire politico e in quello economico (e, dunque, dinanzi anche all'affacciarsi di nuovi oggetti della ricerca storica), le vecchie schematiche contrapposizioni ottocentesche tra individuo e Stato, tra individualità e Spirito, tra azione del singolo e milieu, tra struttura e sovrastruttura, o si complicano e si disaggregano (la storia diventa anche storia di gruppi sociali, di collettività, di mentalità, di condizioni materiali, di costanti psicologiche e biologiche) o vengono completamente sostituite con nuovi paradigmi teorici e culturali. Così, in Germania, con Lamprecht, l'insistenza sulla psicologia dei popoli e sulla psicologia collettiva rivela, al di là della disputa accademica ed ideologica, il bisogno di aprire la ricerca storica a nuovi orizzonti, giacché la psicologia collettiva si mostra, in sostanza, come la base su cui poggiano contenuti storici fino a quel momento trascurati o subordinati alla dinamica politico-statuale: i bisogni economici, i conflitti sociali, la cultura materiale. In Italia, negli stessi anni e, anzi, con qualche lustro d'anticipo, la particolare curvatura eclettica e critica del positivismo degli storici—mi riferisco in modo particolare all'opera teorica e storiografica di Pasquale Villari 9—doveva, insieme alla salutare penetrazione dei primi fermenti della cultura marxistica, contribuire a dar vita agli indirizzi della scuola storica economico-giuridica e a un inedito fecondo rapporto tra storia e scienze sociali. Proprio quest'ultimo aspetto doveva apparire ancora più evidente in Francia, dove erano destinati proficuamente ad incontrarsi la «svolta» impressa da Durkheim alle scienze sociali e i nuovi indirizzi storiografici di Simiand e di Berr '°, fondatore di quell'importantissimo organo della scienza storica internazionale, quale divenne la «Revue de synthèse historique».
In coerenza con i limiti e la intenzionalità di queste pagine, quel che a me preme sottolineare è, innanzitutto, il mutamento radicale dei modelli teorici. I primi segni di un tale mutamento, annunciati nel Methodenstreit e nel dibattito sulla natura scientifica o artistica della storia, diventano ancor più corposi con la grande svolta epocale della prima guerra mondiale e delle sue traumatiche conseguenze. Anche se continuano a sussistere riferimenti teorici, e conseguenti applicazioni storiografiche, ai grandi modelli ereditati dalle filosofie della storia ottocentesche (specialmente nelle varianti dello storicismo e del marxismo, anche se non bisogna commettere l'errore di considerare questi orientamenti come fatti culturali unitari privi di interni ripensamenti e di tentativi di riformulazione: penso agli storicismi novecenteschi di Croce, in Italia, e di Troeltsch, in Germania; ma penso anche ai nuovi profili del marxismo occidentale degli anni '20 e '30 con Lukács, Korsch e Gramsci), il clima appare radicalmente mutato. Questa inversione di paradigmi è basata innanzitutto, come ha osservato Rossi, sul «rifiuto della possibilità di costruire un quadro complessivo del processo storico se non sulla base della ricerca storica e dei suoi risultati, o sulla base di un'analisi comparativa che muova appunto dalla considerazione dei singoli processi» ". Così, anche se i motivi profondi della svolta possono individuarsi già prima del 1914, specialmente in quell'incrocio di critiche e revisioni caratterizzato dalla reazione al positivismo, è diventata ormai «canonica» la periodizzazione che attribuisce al periodo tra le due guerre mondiali la massima espansione del «pensiero della crisi». Non si può non cogliere—ha osservato con grande acutezza Giuseppe Galasso—«il forte valore suggestivo del fatto che quel periodo sembra quasi essere inaugurato dal Tramonto dell'Occidente di Spengler e chiudersi con La crisi delle scienze europee di Husserl. Nel frattempo si era sviluppata la grande spinta dell'esistenzialismo, filosofia della crisi per eccellenza e, insieme alla fenomenologia, indubbiamente la voce, per questo verso, più originale e più appariscente consentanea allo spirito del tempo e del pensiero europeo» 12. Dinanzi alla radicale messa in discussione di valori e princìpi tradizionali, alcune teorie della storia, tra le più rappresentative del Novecento europeo, tentano di riformulare i metodi delle scienze storicosociali, la loro stessa base conoscitiva e la loro struttura logica. Sviluppando e portando a più radicali conseguenze le indicazioni fornite da Dilthey nella formulazione del «comprendere» storico e nella definizione della totalità articolata della vita come Wirkungszusammenhang 13, Max Weber ha affrontato, dandone innovative soluzioni, il tema dei nessi tra causalità oggettiva e motivazione individuale, una volta cadute le vecchie sintesi metafisiche. Weber certamente percepisce lo sfaldamento dei princìpi razionalistici di spiegazione del mondo storico, ma alla ormai irreversibile crisi del modello della filosofia della storia universalistica, come di quello della assimilazione scientistico-naturalistica dei fenomeni culturali a quelli fisico-naturali, egli tenta di reagire teorizzando la specificità dei fatti culturali senza, con ciò, perder di vista la fondabilità di un valore conoscitivo-oggettivo dei metodi e dei contenuti delle scienze storico-sociali. Grandi e significative categorie metodologiche e concettuali costruite da Weber (l'avalutatività, la relazione al valore, il tipo ideale, le varie forme di definizione dell'agire sociale) hanno costituito e costituiscono la trama di lavoro su cui ha operato una parte non indifferente della scienza storica novecentesca: la costruzione concettuale e ideal-tipica del capitalismo moderno, il nesso economia-religione, il ruolo dei processi di razionalizzazione nel mondo culturale e sociale della modernità, l'insistenza sull'analogia e sul metodo comparativo. L'autonomia e l'individualità dei fenomeni storico-sociali non è negata, nello schema weberiano, né s'intende annullare la distinzione tra metodo scientifico-esplicativo e metodo storico-comprendente. Ma questo non significa che non esistano sequenze di tipo causale nel procedimento conoscitivo dell'avvenimento storico. È il tipo di rapporto tra causa (o meglio molteplicità delle cause) ed effetto, che è di natura diversa, giacché l'analisi comprendente dello storico procede solo per ipotesi e comparazioni e i suoi giudizi assumono non il carattere della necessità, bensì quello della possibilità. Si tratta, alla fine, di verificare, come sostiene Weber, se tale giudizio è in grado di introdurre elementi di «causazione adeguata», anche servendosi di leggi empiriche e di procedimenti nomologici, rispetto alla serie degli eventi.
Non v'è dubbio che con Weber (e a partire da Weber) si consolida sempre più il nesso significativo tra storia e sociologia 14. A1 di là delle movenze specifiche che questo nesso mostra nelle sue diverse soluzioni e nelle diverse situazioni nazionali europee, non v'è dubbio che una convergenza tra sapere storico e sapere sociologico caratterizza in larga parte il pensiero storico della prima metà del Novecento. I paradigmi teorici che vengono formulati nella Germania degli anni '20 e nella Francia degli anni '30 convergono, sia pur a livello generale, sulla esigenza di delineare una consapevole base teoriconomologica che fornisca gli strumenti di comprensione il più possibile adeguati all'evoluzione di un processo storico che assume sempre più i caratteri della globalità e della complessità sociale. E se la struttura tipologica e nomologica della scienza sociale può agevolare e perfezionare il percorso di ricerca della scienza storica, altrettanto il senso de11a storicità determinata e quello della multilateralità dei tempi storici può servire a storicizzare e a «individualizzare» i metodi e i contenuti della sociologia.
«La sociologia deve essere (...) in grado di pensare e di lavorare storicamente (...); infatti soltanto dalla storia essa può ricavare modelli esplicativi per trends di lungo periodo, senza i quali molti studi del presente risultano deboli, se non addirittura fuorvianti. La scienza storica, d'altra parte, avverte a pieno la propria esigenza là dove è veramente vitale e nel complesso è forse ancor più disposta ad imparare dalla sociologia di quanto avvenga viceversa. Grazie al fatto di essersi occupata per anni di mutamento sociale nel tempo, essa possiede un vantaggio difficilmente soprawalutabile nei confronti di quei sociologi che hanno disimparato a rispondere agli interrogativi storici» 15.
Ma i nuovi terreni di confronto tra storia e sociologia, storia e antropologia, storia e geografia, non facevano che mettere allo scoperto l'ormai avvenuta inversione di accento e l'ormai consolidatasi modificazione degli stessi modelli teorici: dalla storia politica si passa alla storia della società e delle mentalità, dalla storia dei singoli avvenimenti si passa alla storia delle strutture e al loro disporsi sul «lungo periodo». Le premesse teoriche e le particolari opzioni di ricerca della scuola delle Annales di Lucien Febvre e Marc Bloch testimoniano in maniera evidente di questo spostamento 16.
Con le Annales il mutamento di paradigma teorico-metodologico è più che compiuto. Seguo qui l'indicazione anche se non ne condivido alcuni schematismi—di Stoianovich ", che individua nelle Annales un terzo paradigma, dopo quello della storia «esemplare» (della storia, cioè, pedagogica e pragmatica) e quello della storia «evolutiva» (che si basa, cioè, su una visione dello sviluppo storico). Si tratta del paradigma «funzionale-strutturale». «L'azione non è più semplicemente un esempio, ma una funzione. Il mutamento viene inteso non già come progresso, sviluppo regolare, continuità, ma in quanto ricerca di nuove funzioni, o in quanto aspetto di un processo di ristrutturazione, destrutturazione e ristrutturazione. Più esattamente, viene stabilita una distinzione tra due tipi principali di mutamento, uno che procede lungo linee evolutive, I'altro che rappresenta una deviazione, una discontinuità, una mutazione» 18. Come si può vedere—e anche tenendo conto che non è possibile guardare ai tre paradigmi come compartimenti stagni, cioè senza considerarne gli elementi di reciproca influenza o di permanenza di uno nell'altro—il mutamento di prospettiva storiografica è fortemente radicato nel processo di modificazione dei modelli teorici. In una fase della storia della cultura europea inaugurata da Bergson e Saussure, da Freud e Einstein, da Husserl e Heidegger, da Weber e Wittgenstein, anche la teoria della storia doveva subire gli effetti di una profonda rivoluzione che metteva in discussione codificate visioni della vita, del tempo, del linguaggio, della scienza. La storia non è più solo storia del vistoso e del «monumentale», ma anche di spazi e di luoghi, di climi e paesaggi, di culture materiali e di mentalità, di gruppi sociali e masse anonime. Il tempo non è più considerato nella sua linearità evolutiva, ma di esso si colgono la pluralità dei livelli e l'intreccio dei percorsi. Le strutture della storia e della vita umana appaiono certo come oggetti privilegiati e dominanti rispetto alle individualità singole e collettive che erano state esaltate dalle concezioni ottocentesche della storia. E, tuttavia, ciò non è da intendere come un nuovo determinismo (anche se elementi di tal genere non sono mancati nella nuova storiografia novecentesca), giacché la preoccupazione di Fernand Braudel, ad esempio, è proprio quella di non separare mai artificiosamente l'analisi di una struttura dalla temporalità e dalla storicità ad essa intimamente connessa. Se, dunque, vi è una struttura quasi immobile, riscontrabile nei lenti processi di modificazione dei climi e nel succedersi delle ere geologiche, vi è, allora, anche un tempo di «lunga durata» che la contraddistingue. Allo stesso modo vi è un tempo «congiunturale» che scandisce i processi di trasformazione demografica, la serialità delle generazioni, I'alternarsi dei cicli economici. In ultimo vi è il tempo breve dell'evento, del dato storico legato al singolo awenimento politico, economico, culturale. Una tale visione, infine, comporta un diverso dislocarsi della storia nel suo rapporto con l'insieme delle discipline umane: la sociologia, I'antropologia, I'economia, la demografia, la psicologia, giacché ognuno di questi ambiti del sapere è portato a privilegiare ora questa ora quella dimensione del tempo. Perciò Braudel ha potuto parlare di «storia globale», non nel senso di una impossibile restaurazione di una filosofia universalistica della storia, ma in quello di una comune disposizione di tutti gli ambiti della conoscenza umana a permanere in una intrascendibile dimensione di storicità e temporalità, ed anche in quello di un orizzonte, la socialità, che solo la storia può cogliere con una capacità di sintesi e orientamento che non hanno le singole discipline e i particolari ambiti di ricerca. «Quel che noi storici conosciamo forse meglio di ogni altro osservatore del sociale è la fondamentale diversità del mondo. Ciascuno di noi sa che ogni società, ogni gruppo sociale, più o meno direttamente, è fortemente partecipe di una civiltà, o più esattamente di una serie di civiltà sovrapposte, legate tra loro e talvolta molto diverse» 19.
Queste ultime considerazioni, relative alla crucialità del tempo e alla sua multilateralità, ma anche alla definizione della storia come sintesi «globale» dell'esperienza umana, caratterizzano l'egemonia della storiografia francese anche nella prima parte della seconda metà del nostro secolo. La «Nuova storia» ha definitivamente lasciato alle sue spalle le illusioni della filosofia della storia idealistica o marxista e ha abbandonato anche gli schematismi della storia positivistica. La stessa tendenza «concettualizzante» viene messa in discussione, quando l'utile strumento dell'astrazione si riduce o a rigido tipologismo o a costruzione di strutture formali e atemporali. Anche i modelli storiografici nati dalla pervasività dei risultati delle scienze sociali novecentesche in quasi tutti gli ambiti della ricerca storica sono stati messi in discussione. La riapertura del dibattito sulla natura scientifica o narrativa della storia, sulla storia come spiegazione o come comprensione, ha avuto tra i suoi maggiori effetti quello di aver di nuovo problematizzato un incontro che sembrava pressoché definitivo, quello tra storia e scienze sociali, che veniva concepito, come aveva tentato di fare il filone risalente alla scuola delle Annales, in termini di reciprocità e dialetticità di metodologie e contenuti. I tentativi, ad esempio, dell'epistemologia neopositivistica di fondare un modello generale di spiegazione ipotetico-deduttiva, utile, dunque, tanto alla definizone di leggi generali quanto alla individuazione di campi di probabilità, sono trasposti anche alla storiografia. A partire dalle posizioni di Hempel 20, si è sempre più consolidata la tesi dell'unità del modello scientifico, applicabile, così, anche ai contenuti dell'esperienza storica. I1 modello esplicativo, tuttavia, appare anch'esso percorso da fermenti e ripensamenti che ne articolano meglio il tipo di applicabilità al mondo storico, con l'introduzione di correttivi funzionalistici e probabilistici. A1 contempo, non bisogna trascurare il fatto che il modello di scientificità della storia non è stato, in questi ultimi decenni, perseguito solo dalle tendenze analitiche e neopositivistiche, ma anche, con un approccio metodologico e teorico diverso, dagli ultimi epigoni della «storia sociale» di derivazione weberiana 21, convinti della validità di un particolare sapere nomologico, condiviso con il più ampio spettro di scienze sociali. Si tratta, cioè, di definire modelli concettuali e astrazioni tipologiche che hanno evidentemente perso ogni carattere metafisico e finalistico, per limitarsi ad una funzione esclusivamente di sintesi e di orientamento conoscitivo. Sul fronte opposto si sono collocate quelle posizioni che hanno rivendicato per la storia la specificità del suo carattere narrativo. A partire dalle ben note indicazioni formulate dal Danto 22, Si è sostenuto con forza che la storia non può essere ridotta a un procedimento meramente esplicativo, giacché la peculiarità del «fare storia» sta nella narrazione degli eventi e la stessa empiricità del dato trova la sua spiegazione nelle forme che lo storico riesce a dare della sua ricostruzione.
I1 quadro dei modelli teorici, di alcuni di essi, che hanno costantemente accompagnato la scienza storica in questo nostro secolo, è stato fin qui esposto in maniera certamente incompleta e il lettore accorto certamente avrà colto lacune e imprecisioni. Non posso perciò né trarre conclusioni, né considerare esaurito l'arco dei problemi qui soltanto rapidamente accennati. Quel che mi sembra possibile riproporre al termine di questo excursus è un orientamento che, tra l'altro, traspare facilmente dalle cose finora dette. Si possono certamente discutere (e, di conseguenza, operare le conseguenziali opzioni) i diversi possibili approcci alla storia; si può dare maggiore o minore spazio all'intervento delle scienze sociali nella storiografia; si può optare per il modello esplicativo o per quello ermeneutico-comprendente; si può fino all'infinito discutere sulla natura scientifica o letteraria della storia. Quel che a me sembra indubitabile è che non c'è spiegazione o comprensione che tenga se non si muove dall'originario atto della temporalizzazione. E, come ha giustamente affermato Koselleck, l'esperienza del tempo storico è il carattere dominante che ci consente di cogliere l'essenza del mondo moderno, ma anche le sue sbavature post-moderne. «È l'accelerazione del mutamento che, a partire dalla tecnica e dall'industria, provoca un'ulteriore esperienza specifica del tempo. Il passaggio dalla carrozza postale al jet, attraverso le ferrovie e l'automobile, ha radicalmente trasformato tutte le relazioni spazio-temporali, e con ciò anche le condizioni del nostro ambiente di lavoro, della mobilità sociale, della tecnica bellica, dell'intera rete di comunicazioni tutti fattori che costituiscono per la prima volta la nostra storia universale nei limiti di un globo finito. Con la temporalizzazione e l'accelerazione si indicano condizioni temporali generali che devono entrare in tutti i concetti della storia sociale moderna come impostazione universalmente accettata. Queste condizioni generali rendono possibile stabilire confronti diacronici e sincronici; soprattutto essi sollevano il problema centrale di definire ciò che si è sviluppato nello stesso tempo (in senso cronologico) in modo diverso (nel senso dei tempi storici)» 23. Ho citato queste parole di Koselleck perché, con lui, resto convinto che la storia può essere studiata soltanto se si riesce a fare piena esperienza (e su essa costruire coscienza e scienza dei fatti) della multilateralità delle dimensioni storiche del tempo e della irriducibile dialetticità del tempo dell'evento e di quello delle strutture e, in primo luogo, della struttura fondante che resta la vita umana. È questo stare sempre in mare aperto, questo oscillare continuo tra la singolarità sempre nuova dell'evento e la stabilità apparente delle strutture e delle epoche, delle civiltà e delle culture, che fa della storia la disciplina umana per eccellenza, quel sapere che è sempre capace di rinnovare se stesso. «Ciò che spinge la storia a definirsi di nuovo è anzitutto la presa di coscienza da parte degli storici del relativismo della loro scienza. Essa non è l'assoluto degli storici del passato, provvidenzialisti o positivisti, ma il prodotto di una situazione, di una storia. Questo carattere singolare di una scienza che dispone di un unico termine per definire il proprio oggetto a se stessa, che oscilla fra la storia vissuta e la storia costruita, subita e fabbricata, costringe gli storici, fatti coscienti di questo originale rapporto, a interrogarsi di nuovo sui fondamenti epistemologici della loro disciplina» 24.
Note
* Questo testo rielabora materiali discussi durante un seminario organizzato dalla sezione della SFI di Salerno e tenutosi il 22-23 aprile 1993.
1 Cf. G. CACCIATORE, I modelli teorici nella storiografia italiana dal 194S al 1980, in «Archivio di Storia della Cultura», Il, 1989, pp. 113 e ss.
2 Cf. P. ROSSI, Teorie della società e paradigmi storiografici, in AA.VV., n Mondo contemporaneo. Gli strumenti della ricerca, 2, Questioni di metodo, Firenze, 1983, p. 567.
3 Valga, per tutti, I'esempio della scuola francese delle Annales. Cf., a proposito, F. BRAUDEL, Histoire et sciences sociales. La longue durée (1958), ora in Scritti sulla storia, Milano, 1973, pp. 57-92.
4 Cf. S. VECA, Storia e modelli: I'approccio epistemologico, in Questioni di metodo, cit., p. 1370.
5 F. BRAUDEL, Histoire et sciences sociales. La longue durée, cit., p. 83.
6 Cf. P. VEYNE, La storia concettualizzante, in AA.VV., Fare Storia. Temi e metodi della nuova storiografa, a cura di J. Le Goff e P. Nora, Torino, 1981 (Paris, 1974), p. 34.
7 Milano, 1992. L'edizione originale americana è dello stesso anno.
8 Di esso, e in particolare della figura e dell'opera di Karl Lamprecht, ho scritto in vari saggi: cf. Crisi dello storicismo e «bisogno» di «Kulturgeschichte: il caso Lamprecht, in «Archivio di Storia della cultura», 1, 1988, pp. 257-281; Karl Lamprecht und die «Kulturgeschichte», in «Geschichte und Gegenwart», Xl, 1992, n. 2, pp. 120-133; I «Princìpi» dellaKulturgeschichte, in «Archivio di Storia della cultura», V, 1992, pp. 315-324.
9 Anche a tal proposito mi permetto di rinviare alle pagine da me dedicate a Villari all'interno del saggio su 11 dibattito sul metodo della ricerca storica, in AA.VV., La cultura storica italiana tra Otto e Novecento, a cura di G. Di Costanzo, Napoli, 1990, pp. 161-244.
10 Di Simiand bisogna ricordare il famoso intervento del 1903 (Méthode historique et science sociale) che contribuisce in modo decisivo alla ridefinizione dell'oggetto della scienza storica sulla base di una distinzione tra soggetto e oggetto, individualità e socialità, che non è più fondata su una separazione di «materie», ma sulla diversa disposizione dell'osservatore. Henri Berr sviluppa questa impostazione nella altrettanto famosa Synthèse en Histoire del 1911, dove la sequenza dei fatti e le modificazioni storiche possono essere ricondotte a un principio di unificazione sintetica, non più metafisica e aprioristica, ma fondata sulle forze direttive della vita umana.
11 P. ROSSI, op. cit., p. 565.
12 Cf. G. GALASSO, Croce e lo spirito del suo tempo, Milano, 1990, pp. 262-263.
13 La traduzione italiana, ormai «canonica», di questo termine è stata resa con «connessione dinamica». Altre più recenti traduzioni hanno proposto, forse a ragione, «connessione effettuale».
14 Per uno sguardo d'insieme cf. H. U. WEHLER, Geschichte als historische Sozialwissenschaft, Frankfurt am Main, 1973 e J. KOCKA, Sozialgeschichte: Begriff, Entwicklung, Probleme (i due saggi sono stati, nella traduzione italiana, raccolti in un unico volume: Sulla scienza della storia. Storiografa e scienze sociali, intr. di G. Corni, Bari, 1983). Su questi contributi mi permetto di rinviare al mio «Neue Sozialgeschichte» e teoria della storia, in «Studi storici». 1984* n. 1, pp. 119-130.
15 Cf. H. U. WEHLER, op. cit., pp. 38-39.
16 La bibliografia sulle Annales è diventata a dir poco, e giustamente, straripante. Mi limito perciò alle essenziali indicazioni bibliografiche limitatamente alla letteratura del nostro paese (oltre, owiamente, ai testi di Febvre, Bloch, Braudel, Le Goff, Le Roy Ladurie, Aymard, etc., ormai largarnente disponibili in edizioni italiane): M. CEDRONIO-F. DIAZ-C. RUSSO (con una intr. di M. DEL TREPPO), Storiograf a francese di ieri e di oggi, Napoli, 1977; G. GEMELLI, Storia e scienze sociali: le «Annales» nella cultura francese degli anni trenta, in Storia del mondo contemporaneo. Cli strumenti della ricerca, vol. X, tomo 1, cit.; M. MORETTI, Parlando di «eventi». Un aspetto del dibattito storiograf co attorno alle «Annales» dal secondo dopoguerra ad oggi, in «Società e storia», n. 28, 1985; G. GEMELLI, Fernand Braudel e l'Europa universale, Venezia, 1990.
17 Cf. T. STOIANOVICH, La Scuola storica francese. Il paradigma delle «Annales», (ed.orig., New York, 1976) Milano, 1978.
18 Ivi, pp. 34-35.
19 Cf. F. BRAUDEL, La storia delle civiltà: il passato spiega il presente (1959), in op. cit., p. 276.
20 Mi riferisco al classico di C. G. HEMPEL, The Function of General Laws in History, apparso nel 1942 in «Journal of Philosophy». Un utilissimo strumento critico e bibliografico, che fornisce un esauriente panorama delle posizioni che, dall'originaria impostazione epistemologica del neopositivismo, si sono poi articolate, da un lato, sul versante pragmatistico e, dall'altro, su quello della filosofia analitica inglese, è l'antologia, curata da V. Predaval Magrini, Filosof a analitica e conoscenza storica, Firenze, 1979. Il libro contiene testi, tra gli altri, di Hempel, Dray, Gardiner, Mandelbaum, Walsh, etc.
21 Mi riferisco ai già citati esponenti della tedesca «Neue Sozialgeschichte». Ma cf. anche W. J. MOMMSEN, La storia come scienza sociale storica, in La teoria della storiograf a oggi, a cura di P. Rossi, Milano, 1983, pp. 79 e ss.
22 Mi riferisco a A. C. DANTO, Analytical Philosophy of History, Cambridge, 1965 (tr.it., Bologna, 1971). Ma cf., anche, H. WHITE, MetaZistory: The Historical Imagination in Nineteenth-Century Europe, Baltimore, 1973 (tr.it., Retorica e storia, Napoli, 1978). Ma di Danto e White cf. i saggi (rispettivamente, Spiegazione storica, comprensione storica e scienze umane; La questione della narrazione nella teoria contemporanea della storiograf a) editi in La teoria della storiografa oggi, cit., pp. 5 e ss. e 33 e ss. Per uno sguardo generale ai temi dd narrativismo in storia, cf. L. STONE, Viaggio nella storia (1981), tr.it., Roma-Bari, 1987.
23 Cf. R. KOSELLECK, La storia sociale moderna e i tempi storici, in La teoria della storiograf a oggi, cit., p. 148. Di Koselleck, ovviamente, è da vedere il libro Vergangene Zukunft. Zur Semantik geschichtlicher Zeiten, Frankfurt am Main, 1979 (tr.it., Genova, 1983).
24 Cf. J. LE GOFF-P. NORA, Presentazione a Fare storia. Temi e metodi della nuova storiografa, cit., p. Vlll.