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Storia medievale: modulo I prof. Longo
post pubblicato in Storia medievale, il 10 aprile 2010


 

STORIA MEDIEVALE

I modulo prof. Umberto Longo


 

Roma mercoledì 03/03/2010 ore 09.00

Lezione 1


 

L'arco cronologico è sostanzialmente il IV-V secolo fino al XV-XVI secolo. Non c'è stata una univoca interpretazione storiografica del Medioevo ma una serie di evoluzioni storiografiche. Esempio le Piramidi feudali non esistono come ipotesi precedentemente affermata da storici passati.


 

Il concetto di Medioevo fu usato dagli umanisti italiani per indicare un'epoca di decadentismo culturale e sociale in antitesi all'età antica, riferimento proprio degli umanisti.

Le trasformazioni della cultura Quattrocentesca caratterizzarono il recupero della letteratura e dello spirito dell'età classica, concepiti come modelli ideali di stile e umanità.


 

Questa nuova concezione dell'uomo, sembrò far rinascere l'antichità dopo una lunga decadenza dei valori culturali e de gusto letterario. Anche gli artisti ritennero di aver recuperato l'abilità tecnica, e valori estetici e morali dell'arte antica, dopo un oblio durato molti secoli.


 

Letterati e artisti delinearono un percorso della civiltà diviso in tre fasi: l'antichità classica il più alto grado di valori umani e culturali; l'età di imbarbarimento e decadenza seguita alla caduta dell'impero romano; l'età degli umanisti, in cui erano rinati dli ideali della civiltà classica.


 

L'epoca intermedia, fatta iniziare con le invasioni barbariche si chiude con la rinascita delle lettere e delle arti, è per noi il medioevo e i caratteri con cui venne connotata, rozzezza e oscurità, sono quelli che a lungo sono stati attribuiti al medioevo.


 

Gli stessi umanisti già sapevano che il punto di vista letterario e artistico non esauriva il discorso storico del medioevo che all'interno di altri ambiti invece, si ebbe un'evoluzione, come nel caso politico, istituzionale, religioso ed economico, iniziata con la decadenza dell'impero romano e ma che non aveva avuto delle cesure.


 

Questa maturazione degli umanisti, che apprezzavano le novità della loro epoca(città, municipalità, la chiesa romana), s'incontra nell'opera di Niccolò Machiavelli “Il Principe” che spiega le condizioni dell'Italia del suo tempo, partendo dalla descrizione della nascita dei principati regionali e del potere politico del papato dei secoli precedenti, delineando la storia dell'Italia come uno svolgimento continuo dalle invasioni barbariche in poi.


 

La volta che appare il termine medioevo è nel 1469 ad opera di uno scritto del vescovo umanista Giovanni Andrea Bussi, che riferendosi a famoso umanista Nicolò Cusano, lodò la sua conoscenza per le storie latine sia antiche che della “media tempestas”.


 

Si può definire comunque che gli umanisti non abbiamo per certo definito l'età di mezzo come età oscura e decadente, in quanto oltre alle arti e lettere hanno studiato e trattato anche altri ambiti del sapere umano e della società loro contemporanea.


 

Il rapporto tra antichità classica, l'età ad essa succeduta e lo stato del presente venne avvertita anche dagli umanisti francesi e tedeschi del Cinquecento. Essi condividevano con gli italiani la consapevolezza e l'orgoglio di star vivendo in un'epoca di grande progresso intellettuale, espressa nell'affinata comprensione dei testi classici e dalle Sacre Scritture.


 

In Francia gli eruditi erano espressione del ceto che partecipava al governo del regno, notabili e giuristi, e i loro studi si focalizzarono a a studiare e illustrare le tradizioni insieme a quelle della monarchia; talvolta consideravano il disprezzo per i barbari come espressione del nazionalismo degli intellettuali italiani. Nell'età barbarica infatti, gli intellettuali francesi trovarono l'origine delle loro istituzioni politiche nazionali, soprattutto della monarchia, e proiettavano su quell'epoca i loro sentimenti patriottici.


 

In Germania fin dal Quattrocento storici, antiquari e teologi consideravano con rispetto sia le invasioni barbariche che l'età imperiale medievale, visti come momenti di affermazione della nazione tedesca nella storia europea. La Riforma religiosa di Martin Lutero consolidò la conoscenza nazionale e si rivalutò il passato tedesco nel programma educativo dei riformatori.


 


 

Il Medioevo e March Bloch


 

March Bloch nel suo libro Apologia della Storia o Mestiere dello storico cerca di analizzare proprio il medioevo attraverso una diversa metodologia storiografica.

Cerca qui di spiegare a cosa serve la storia partendo da una domanda: Papà a cosa serve la storia? Bloch spiega come è nato il metodo critico che nasce nel XVII secolo con Jeaque Babien, ed è uno strumento di indagine della storia. La storia studia gli uomni nel corso della loro evoluzione.


 

L' Annales rivista francese fondata proprio da Bloch e Lebvre nel 1929, inizia un nuovo corso degli studi storici, ad una nuova storia; storia dell'uomo e non più la storia del potere e della cronologia.


 

Questo novo metodo che privilegia più lo studio del contesto in cui accadano gli eventi pone lo storico a non considerare più il dato bruto del passato (esempio la data) ma ad analizzare il contesto sociale, culturale, religioso e altri fattori particolari che poi portano al dato in sé: per Bloch la verità è un mito in quanto si può risalire ad una parte di verità ricostruibile dalle fonti in possesso e purtroppo non considerando le possibili fonti a noi mai raggiunte.


 

Lo studio e l'elaborazione della memoria è quindi, sollecitata dalle necessità del presente. L'Oggi che studia il passato per esigenze a proprio uso e consumo, come nel caso politico per utilizzare la propaganda.


 

E' importante capire come si è formata l'idea di medioevo, da prima storiografica e poi culturale, e quindi come si è sedimentata nell'immaginario europeo, partendo da tre punti d'analisi: studio del concetto di medioevo e quindi del suo superamento; genesi e sedimentazione della nozione di medioevo; medioevo nella storiografica contemporanea.


 

Oggi vediamo il concetto di medioevo, come un qualcosa di remoto, di vecchio e poco funzionale, quindi questo termine ha assunto un significato negativo, contornato da pregiudizi e da stereotipi.


 

Cosa è stato e cosa rappresenta, oggi, il Medioevo per la società contemporanea?


 

La storia del passato è anche la storia del presenta che lo indaga. Durante l'Illuminismo nasce lo stereotipo che associa il medioevo come barbarie. L'utilizzo di questo stereotipo ha in sé tutta la ideologizzazione e il suo uso politico, fortemente laico , contro il feudalesimo medievale visto alla stregua del Settecentesco Ancien Regime, contro la religione cristiana diffusa nel medioevo per attaccare l'attuale ruolo politico della chiesa di Roma. Come detto la critica del medioevo, durante il '700 è ideologica e politica e le troviamo nei saggi di Montesquie e Voltaire.


 

Con il Romanticismo Ottocentesco, nasce la critica alle tesi illuministe e quindi cresce e si afferma l'idea positiva di Medioevo. L'idea contemporanea di medioevo nasce nell'800 , si afferma il mito dell'amanuense, idea della nazione, l'unità del popolo con la stessa lingua, religione e tradizioni.

Il Medioevo in Francia, Italia, Germania Inghilterra, Polonia e in altri paesi europei è un mito-motore, cioè costruttore d'identità: è il periodo dove nascono le lingue romanze e le monarchie.


 

Tutto questo interesse politico Ottocentesco fa nascere un movimento culturale che è il movimento artistico dei preraffelliti, che creano l'idea ingenua, pura e fiabesca del Medioevo.


 


 

Roma giovedì 04/03/2010 ore 09.00

Lezione 2


 

Concetto di Medioevo e la sua evoluzione


 

Se la storia non ha relazione con il presente non ha senso. Il medioevo entra molto nella costruzione della nostra identità culturale e quindi il Medioevo ha bisogno di continue sollecitazioni per tenere vivo il dibattito.

L'800 è un secolo che ha inventato il Medioevo immaginario, in quanto c'era un interesse politico che stimolava alcuni punti di vista come quelli di chi rivendicavano l'indipendentismo e la nazione.


 

Nell'Ottocento britannico fa nascere la cultura cavalleresca medievale. La classe privilegiata britannica aveva dei modelli di riferimento nel cavaliere: Thomas Malory.

I preraffaelliti è una corrente artistica del XIX secolo nato in Gran Bretagna che ha come modello Raffaello.

I preraffaelliti si ascrivono alla corrente del simbolismo di Klimt ed alle forme del liberty, l'unica trasposizione pittorica del decadentismo. Esponenti principali sono Dante Gabriel Rossetti, Hunt, Madox Brown, Everett Millais.


 

Il linguaggio dell'immagine dei preraffaelliti(Donna di Charlott) è fotografico, è un immagine su ciò che non esiste, di un mito.

Nell'arte e nei modelli che ripropongono, non è l'arte medievale, ma si elabora l'immagine della vita medievale in chiave Ottocentesca. L'idea del Medioevo entra nel quotidiano e nella sfera culturale.


 

La Morte di Arthur scritto dall'inglese Sir. Thomas Malory è una elaborazione di tutti i testi francesi e inglesi medievali, che lo scrittore aveva a disposizione sulla vita di Re Artù. L'opera terminata nel 1469 è stata poi pubblicata da William Coxten nel 1845.

Molto probabilmente questo romanzo è il testo che ha più influenzato l'idea di medioevo che è presente nella società contemporanea.


 

La ripresa del medioevo nell'800, trova un'altra spinta nell'architettura, c'è un revival gotico con la nascita del neo-gotico (il gotico è l'ultima fase artistica del medioevo).

Il gotico sia in architettura che in scrittura era considerato una negativa, per l'oscurità che era stata rappresentata dagli scrittori rinascimentali e neoclassici.

Alla fine dell'800, viene invece visto come arte positiva per il rapporto che il gotico ha con la natura, rappresentando il periodo puro, contro la società capitalistica e massificata sviluppata con la rivoluzione industriale.


 

Esiste un rapporto tra stile gotico ed edilizia universitaria per via di una idea di fondo e cioè che chi deve studiare ha bisogno di allontanarsi dalla città corrotta e capitalistica per cercare concentrazione nella natura dove è più facile avere l'anima quieta e pura coincidente proprio con l'arte gotica.


 

Le città, soprattutto italiane, vengono rifatte medievalizzando i centri storici, come Bologna. Il gotico da una nuova immagine al Medioevo, visto ora come epoca spirituale in contrapposizione alla corruzione morale della società, massificata e senza valori morali, contemporanea.

Anche i grandi capitalisti si fanno costruire grandi residenze in stile neogotico, per darsi una patine morale e spirituale.


 

La storia quindi, è costruttrice di consenso e di provenienza. Ricostruendo i centri urbani, con lo stile dei comuni medievali, le città rivendicano una antica e importante appartenenza e ruolo, nel periodo più alto della storia italiana.


 

Anche in Francia c'è una ripresa del neogotico in contrapposizione alla laicità rivoluzionaria e dall'età napoleonica.


 

Il castello è uno strumento di diffusione del concetto di medioevo che viene ripreso fortemente nell'Ottocento. I castelli vengono rappresentati richiamando proprio lo stile medievale, sia nell'architettura e sia anche nella rappresentazione letteraria.


 

Roma vemrdì 05/03/2010 ore 09.00

Lezione 3


 

Storiografica del Medievale nel '900: storia, storiografica, periodizzazione, tempo.


 

Dalla fine dell'800 il Medioevo si sdeideologizza, diventando una disciplina d'analisi più scientifica e diventerà per la storia, un esempio per nuovi metodi d'analisi storiografica.

Il medioevo è il periodo della storia e nell'800 nascono le fondazioni di studio di storia e le storie nazionali: la Monumentale Storia Germanica (www.mgh.de) in Germania, la Patrologia latina e greca in Francia portato avanti dall'abate Jan Poul Migne, il Rouls in Inghilterra e in Italia la storia di Lodovico A. Muratori. La storia diventa un collante per unire una comunità, una nazione.


 

Nell'800 hanno sviluppi discipline legate alla storia: paleontologia, filologia, diplomatica. L'Ottocento è il secolo della storia.

Questa intensa operazione fa sviluppare competenze tecniche per la professione dello storico. La storia viene fatta da specialisti che conoscono i metodi scientifici.


 

Si forma la corrente del positivismo e cioè trasferire principi e metodi delle scienze naturali al campo della storia per ricostruirla in maniera oggettiva. In contrapposizione nasce la scuola dello storicismo.


 

Nel '900 è importante l'esperienza di March Bloch e Lucien Febvre “Annales d'histoire economiqueet sociale”. In questa rivista inizia la nuova scuola di storia che studia la società e non più delle élite. Questa storiografia sollecita altre discipline a lavorare per l'approfondimento della storia: iconografia, tradizioni popolari, sociologia, etc. Broudel prese la guida della rivista e si inizò a studiare la storia per aree geografiche.


 

Nel Novecento con l'immagine del Medioevo, nella narrativa e nel cinema, si distacca dalla realtà. Il successo dell'immagine si ha quanto più si riesce a semplificare e divulgare il suo concetto. Nasce nel '900, con il rapporto stretto tra politica e storia, l'uso sistematico della propaganda.

La propaganda è una riduzione e semplificazione di modelle storici ed il Medioevo è stato usato ad uso e consumo dalla comunicazione politica.

Tra gli anni '70 e '80 si sollecitano gli studi sui poveri, gli emarginati del medioevo, contestando il presente. Durante la caduta del Muro di Berlino la storiografia dei paesi del Blocco sovietico studiano la storia medievale per ricostruire il proprio passato in chiave anti-comunista.


 

Nel '900 il Medioevo è inteso anche come mondo delle fiabe e usato in chiave esoterica. Tolkien con “Il Signore degli Anelli”, innesca una erudita discussione sul lato fiabesco e leggendario degli elementi medievale giunti fino a noi. Il Medioevo come fiaba rappresenta il rifiuto del presente borghese, l'eroismo e l'ecologia.


 

Anche l'Epic Fantasy è una nuova narrativa come il fumetto di “Conan il barbaro”. Suggestioni entrano nel cinema come “Guerre stellari”, in cui si hanno elementi medievali nei protagonisti.

L'esperimento di Mary Stewart, romanzi su Re Artù che hanno come protagonista il Mago Merlino: “La grotta di Cristallo”, “Le grotte nelle montagne”, “ L'ultimo incantesimo”. L'invenzione del fantasy con la Stewart s'intreccia anche con una migliore storiografia medievale.


 

Negli anni '80 “Excalibur” riprende fortemente il medioevo nel cinema e anche i giochi di ruolo con “Dangerous and dragons”.


 

Oggi va di moda il templarismo e il medioevo ha ripreso quel significato di contrapposizione alla laicità e alla modernità capitalistica. L'immagine alta è quella rappresentata da San Francesco e Re Artù. Per Giovanni Tabacco: il Medioevo è un processo aperto di strutture instabili ed è un'età di sperimentazione.


 

Il Medioevo esoterico tradizionale è una posizione ideologica, cioè l'assimilazione dei riti con il ciclo di Re Artù, il perfezionato interiore dell'iniziato e il perfezionamento della società attraverso l'idea universalistica dell'impero. Renè Guenon è il teorico di questa chiave esoterico-tradizionale e Giulius Evola è un teorico di questa tesi, utilizzato dalla propaganda di dell'estrema destra.


 

Accanto all'uso consolatorio e d'intrattenimento c'è l'uso del Medioevo nella propaganda politica (estrema destra, cattolici ortodossi e Lega nord).

Raccontare il passato è sempre un atto politico: perché ogni racconto porta con sé un punto di vista e questo appartiene al presente.

Rappresentazioni storiche medievali nelle feste patronali, sono dedite ha rappresentare il passato per darsi una provenienza e avere una identità.

La dove non c'è identità bisogna crearla e il Medioevo funziona benissimo come identità e rivendicazione del locale in funzione del globale. Il Medioevo inteso come momento delle origini.


 

Alcune fasi della New Age riprende lo spiritualismo medievale difronte alle tecnologie moderna. Il Medioevo è un mito consolatorio delle nostre origini di fronte alla crisi moderna e contemporanea.


 


 

Roma mercoledì 10/03/2010 ore 09.00

Lezione 4


 

Storia e storiografia


 

La storia è memoria, nasce per ricreare una datazione in base ai personaggi con delle cariche importanti nella società o per altri fenomeni. La storia nasce per esigenze e usi politici, infatti i temi che vengono trattati sono inerenti agli aspetti importanti della società, ecco perché si tratta di risaltare la vita di principi, famiglie nobiliari, re o grandi religiosi.

Esiste un rapporto tra storia e oblio, cioè ci sono ricostruzioni che si sono potute ricavare con fonti ritrovate fortuitamente, mentre altre la perdita ha costituito anche la perdita di una possibile ricostruzione.

Lo spostamento degli archivi può essere fonte di oblio, cioè di perdita casuale delle fonti. Nella creazione dell’oblio, dobbiamo anche considerare le volontà politiche, che in taluni contesti, cercano la distruzione della cultura, quindi la distruzione delle opere d’arte, letterarie e le fonti di una parte politica o etnica, esempio gli accadimenti nella Rivoluzione francese o la Cristianizzazione dell’impero romano.


 

La selezione consapevole nello scegliere le fonti, è anche frutto di scelte consapevoli, alcune volte obbligate, per mancanza di spazio fisico nella conservazione degli archivi. Questo implica una gerarchia nelle scelte dei documenti, ed è detto dei valori di una società.


 

Il periodizzamento e specializzazione


 

Con il concetto di storia ci riferiamo ai fatti, res gestae, più o meno remoti e lontani da noi, quando invece ci riferiamo alle ricostruzioni, esposizioni ed interpretazione delle res gestae, quella è storiografia.

Per noi non esistono fatti storici, ma solo delle ricostruzioni storiografiche avvenute in passato. Noi conosciamo più che altro le ricostruzioni ed esse sono fatte da fonti; la fonte documentale è uno storico è essenziale.


 

Se parliamo della storia delle crociate, parliamo delle interpretazioni e ricostruzioni fatte da opere composte sull’argomento crociate. Invece quando parliamo di storia del medioevo, intendiamo gli studi e gli scritti sul medioevo.

La storia si rinnova di continuo e ogni periodo ha delle peculiarità. Se la storia si rinnova anche la storiografia si adegua di conseguenza e trova spunti nuovi e testimonia le aspirazioni politiche e ideologiche del momento in cui si vive.


 

Un gruppo sociale, una società politica, una civiltà si definiscono innanzitutto per la memoria, cioè l loro storia, ma non tanto quella che essi hanno avuto veramente quanto quella che hanno confezionato i loro storici.


 

Con la periodizzazione s’intende sezioni e definizioni che create per potere studiare il tempo. Sono frutto di giudizi. La storia di per sé, non ammette tagli precisi su date, ma le periodizzazioni servono per orientarsi e hanno confini mobili. Non esiste quindi una periodizzazione oggettiva e siamo noi che assegniamo una posizione a ciò che studiamo.


 

Assegnare date e cronologie è condizionato dal clima politico e culturale del tempo. Importante è il valore del tempo di una società. Per i romani il tempo inizia dalla fondazione di Roma, quindi assegnare una cronologia agli eventi è condizionato dalla cultura.

Ogni società e cultura ha un suo valore del tempo, anche il medioevo ha una sua periodizzazione. Il medioevo è una categoria storiografia dell’epoca moderna.

Gli uomini medievali non sapevano di esserlo, ma sapevano di essere parte della cultura e dei tempi della storia del cristianesimo.


 

I tempi sono 476 a.C. al 1453 e questa periodizzazione è stata fatta nel 1688 da Cristoforo Cellario, più in generale nella storia europea ci sono quattro periodi: antica, medievale, moderna e contemporanea.


 

Il Medioevo è anch’esso periodizzato: Alto medioevo, Pieno medioevo, Basso medioevo. Gli ultimi studi portano ad un altro periodo cronologico, il Tardo medioevo, dal 200 al 700, che connota il Basso impero con una accezione più positiva.


 

Il primo a parlare di Tardo antico è uno storico dell’arte Riedel, ma il grande storico rivalutatore del Tardo antico è Peter Brown attraverso i suoi scritti, “Da Marco Aurelio a Maometto”, “Il culto dei Santi” e “Studi su Sant’Agostino”. Brown sceglie un approccio socio-culturale dell’epoca, in contrapposizione agli stoici che hanno come riferimento le modifiche di lunga durata delle strutture economiche.


 

Quello che è ideologico è la scelta di date e interpretazioni. C’è una differenza tra storia bizantina e quella occidentale in quanto l’interpretazione è eurocentrica.

Se si parla di millennio bizantino in occidente si divide in tre periodi. Nello scegliere una data, noi richiamiamo degli stereotipi culturali; la data del 476 è una data che prende in considerazione la continuità delle istituzioni occidentali.


 

La deposizione dell’imperatore d’Occidente Romolo Augustolo è una data che fa iniziare un periodo senza imperatore in Occidente fino a Carlo Magno nell’ 800, quindi quattrocento anni senza la figura istituzionale di un imperatore.

Per i contemporanei non è una data significativa, ma per Giustiniano diviene importante perché bisogna riconquistare l’Italia e riprendersi l’impero Occidentale.

Per l’imperatore Giustiniano, l’anno 476 acquisiva una motivazione e una valenza politica, fondamentali per il suo disegno politico.


 

Per i contemporanei invece, importante fu il Sacco di Roma del 410 di Teodorico, che aveva portato scompiglio in una società organizzata, socialmente ed istituzionalmente. Altro momento importante per i contemporanei è il Concilio di Calcedonia del 451.

La lettura del fattore spirituale o politico, non basta per dare una interpretazione della storia.

Non possiamo parlare di medioevo in chiave cristiana o feudale, ma dobbiamo ampliare lo spettro d’analisi con le nuove scienze sociali.

Con questa impostazione storiografica importante fu l’opera di Edward Gibbon Storia del declino e della caduta dell'Impero romano (titolo originale in inglese The History of the Decline and Fall of the Roman Empire - nota popolarmente come The History) pubblicato in edizioni dal 1776 fino all’1788-89.

Gibbon offre una spiegazione per la caduta dell'Impero romano, un compito difficile dovuto alla carenza di fonti scritte, sebbene lui non fosse l'unico storico a trattare il soggetto. La maggior parte dei suoi spunti furono tratti dai pochi documenti disponibili: quelle dei pochi studiosi romani del IV e V secolo.

Secondo Gibbon, l'Impero romano cadde sotto le invasioni barbariche a causa della perdita di senso civico da parte dei suoi sudditi. Essi erano divenuti deboli, cedendo il compito di difendere i confini dell'impero a barbari mercenari che divennero così numerosi ed integrati nel tessuto della società da esser capaci di distruggere l'impero. Egli pensava che i romani fossero divenuti effeminati, incapaci di una vita virile da veri soldati. In altri termini Gibbon sostenne che il Cristianesimo creò la certezza che una migliore vita sarebbe esistita dopo la morte e che questa idea portò i cittadini romani ad una indifferenza circa la vita terrena, che indebolì il loro desiderio di sacrificarsi per l'Impero. Lui credette anche che il pacifismo, così radicato nella nuova religione, contribuì a smorzare il tradizionale spirito marziale romano. Per ultimo, così come gli altri pensatori illuministi, Gibbon ebbe in disprezzo il medioevo così come i preti superstiziosi dei secoli bui. Fu soltanto nella sua era, l'età della ragione e del pensiero razionale, che si pensò la storia umana potesse riprendere il suo progresso.


 

Per un altro grande storico che diede un grande impulso al metodo storico e all'analisi del periodo medievale è il belga Henri Pirenne(1862-1935).

Poneva lo studio della storia medievale sotto il profilo delle strutture economiche e sociali e delle connesse forme istituzionali, politiche e culturali. Pirenne studiò il tema dell'origine delle città in relazione alla problematica dei tipi d'economia e delle trasformazioni delle organizzazioni produttive, esaminando soprattutto i Paese Bassi.

Vide nelle città medievali strutture originali rispetto alle città antiche, caratterizzate dalla presenza di un nuovo ceto sociale ed economico, costituito dai mercanti, fissato in punti nodali del territorio, dando origine ad insediamenti permanenti, in cui si localizzò l'attività commerciale. Pirenne si dedicò a spiegare la genesi di questo fenomeno, spiegando il passaggio dalla preminenza dell'economia agricola di inizio medioevo a quella mercantile.


 

Riprendendo le tesi di Fustel e Coulanges sulla continuità del regime fondiario fra tardo antico ed età merovingia, negando che le invasioni barbariche avessero mutato il sistema economico; ravvisò una cesura tra età merovingia e carolingia e la spiegò come conseguenza dell'espansione islamica nel Mediterraneo, che avrebbe posto fine ai collegamenti commerciali tra la parte orientale ed occidentale dell'impero romano, isolando l'Occidente e accentuando la rilevanza che già l'economia agraria vi aveva assunto, fino a diventare l'unica attività economica.


 

La tesi di Pirenne fu esposta in Storia d'Europa dalle invasioni al XVI secolo(1917), Città del Medioevo(1925), Maometto e Carlomagno(1937).


 

Il ruolo determinante dei sistemi economici nei processi di formazione e trasformazione ricorda l'impostazione marxista, anche se Pirenne non lo fu mai, ma proprio l'accentuazione del commercio come perno di queste economie lo ponevano in linea con orientamenti liberali.


 

Nel primo '900 fino alla seconda guerra mondiale, la storia si riferiva prevalentemente alle vicende politiche e fondata sulle ricostruzioni minuziose dei fatti; un tipo di storia che verrà definita histoire historisante o historie événementielle.


 

L'aspirazione positivistica della storia, fu combattuta nel Novecento dallo storicismo, corrente filosofica e storiografica che rivendicava la distinzione tra scienze naturali e scienze dello spirito, perché dovevano impiegare metodi diversi perché studiano realtà diverse. Lo storicismo rivendica l'originalità e l'unicità del fatto storico respingendo ogni possibilità di identificare costanti nella storia. Diede rilievo alle idee come elementi importanti di comprensione e connotazione del passato. L'Autunno del Medioevo(1919) dell'olandese Johan Huizinga, sviluppa le idee della teoria delle culture di Lamprecht, descrisse la civiltà tardo medievale in Fiandra e Francia settentrionale come espressione di uno stato d'animo, che indicò con una metafora dell' autunnalità, dando un senso di star vivendo un'epoca di crepuscolo, cercando conforto nei riti spirituali, riti sociali e nei giochi come espressione di cultura.


 


 

Su alcuni modelli teorici e metodologici nella scienza storica del Novecento
post pubblicato in Lo Storico, il 10 aprile 2010


 

Giuseppe Cacciatore
Su alcuni modelli teorici e metodologici nella scienza storica del Novecento (*)

 

Ho già avuto modo di affermare in altro luogo 1 che è possibile, senza avere la pretesa di scrivere una storia globale ed esaustiva della teoria della storia novecentesca, individuare alcuni «modelli teorici» che hanno rappresentato «punti essenziali di riferimento sia per le premesse metodologiche, sia per la determinazione di categorie interpretative, sia, infine, per la più ampia configurazione dei livelli di incrocio tra teorie e pratica storiografica». Appare del tutto evidente che l'ispirazione da cui muovono le mie riflessioni appare ancora legata al convincimento che non può esservi storia (nel senso delle res gestarum) che non muova - a meno di voler essere o mera registrazione di eventi o, al contrario, applicazione di giudizi etici e filosofici che si sovrappongano all'esperienza storica o precedano l'effettualità storica determinata -dalla accettazione della presenza in ogni discorso storico di un necessario elemento di autoriflessione teorica. Questo è, in sostanza, nulI'altro che il monito crociano (epurato, però, da ogni visione assoluta e totalizzante della storia) di non separare mai la ricerca storica da un suo «problema». Uso qui la categoria della problematicità proprio per segnalare che la possibile individuazione di modelli teorici che stiano a base delle grandi correnti storiografiche del Novecento, non significa che si voglia pensare a teorie unificanti sotto le quali catalogare scuole storiche e orientamenti metodologici. Se c'è, anzi, un carattere predominante nel dibattito sulla teoria della storia degli ultimi decenni, è proprio quello della idiosincrasia dei nuovi indirizzi storiografici a ogni riduzionismo teorico e, tanto meno, ideologico e del conseguente faticoso processo di emancipazione da ogni precostituito schema di filosofia della storia. E, tuttavia, non v'è dubbio che proprio la radicale trasformazione indotta da alcuni profili filosofici contemporanei, che hanno ripensato in termini nuovi concetti e categorie come quelli di senso e significato, rilevanza e recezione, tempo storico e vita, singolarità dell'evento e narrazione, interpretazione e analisi, ha provocato non poche modificazioni ed innovazioni nei metodi e nelle concezioni della ricerca storica. Insomma, come ha giustamente osservato Pietro Rossi 2, anche se la ricerca storica contemporanea mostra sempre più di essere estranea ai vecchi paradigmi «forti» cresciuti nella temperie culturale ottocentesca (idealismo, storicismo, positivismo, marxismo), questo non esclude che non «faccia anch'essa uso di un apparato teorico». E il ricorso al «modello» può, beninteso, coinvolgere non soltanto i rapporti tra storiografia e filosofie «nuove» (penso all'ermeneutica, alle filosofie analitiche, al neostoricismo, allo strutturalismo, etc.), ma, e forse ancor più, quelli tra storiografia e scienze sociali 3.

 Ma l'uso del concetto di modello in storiografia può anche non essere riferito solo alle interconnessioni tra ricerca storica, filosofia e scienze sociali. Esso—come ha opportunamente sostenuto il Veca 4—costituisce anche il risultato di una impostazione epistemologica che tocca trasversalmente svariati ambiti di esplicazione dei saperi umani. A partire dal concetto weberiano di «tipo ideale», si sono sempre più utilizzati, da parte delle scienze storicosociali, strumenti di comprensione del mondo dell'esperienza umana, di sintesi conoscitiva, insomma, di «modelli, schemi categorie, costrutti concettuali che fungano da selettori o ordinatori della complessità "priva di senso" del divenire». La conclusione (che io condivido appieno) a cui giunge il Veca— come altri autori di cui fra poco si dirà—è che è possibile affiancare alla ricerca empirica in storia un apparato di concettualizzazioni da non intendere, certo, come presupposti teorici astratti a cui adeguare l'interpretazione dei fatti, ma come «modelli», profili di orientamento, la cui «funzione è sostanzialmente quella di ordinare la complessità degli oggetti», di rendere «significativa» e «comunicabile» la stessa narrazione storica, sempre a patto che le concettualizzazioni siano costantemente considerate come «mezzi» e non come «fini» della ricerca storica. Aveva, allora, perfettamente ragione Fernand Braudel quando insisteva sul carattere di «variabilità» dei modelli in storia, cioè su un concetto di validità del modello che resta tale finché dura la realtà che esso intende organizzare concettualmente. «Per me—scriveva lo storico francese—la ricerca deve essere condotta sempre dalla realtà sociale al modello, poi da questo a quella e così via apportando sempre nuovi ritocchi, rinnovando pazientemente i passaggi. I1 modello è in tal modo, di volta in volta, tentativo di spiegazione della struttura, strumento di controllo, di comparazione, verifica della solidità e della vitalità stessa d'una data struttura» 5.

 La storia, da questo punto di vista, come ha efficacemente sostenuto Paul Veyne, non può che essere «concettualizzante», giacché resta illusoria la pretesa di poter avere una conoscenza immediata e globale dei fatti storici. La capacità dello storico non può ridursi alla pur necessaria individuazione dello svolgimento dei fatti, ad essa deve accompagnarsi l'«invenzione» concettuale, l'individuazione, cioè, di tipi e modelli che non creano l'oggetto storico o lo prefigurano astrattamente, ma lo sottraggono alla indistinta intuizione, lo «mettono a fuoco». Ciò fa della storia qualcosa di diverso tanto dalla mera narrazione, quanto dalla semplice raccolta di dati e documenti. Se la storia fosse «risurrezione e non analisi, non bisognerebbe più scriverla: basterebbero Guerra e Pace o i cine-giornali. La realtà esiste senza essere concepita distintamente, il romanziere la crea o la ricrea; lo storico ne dà l'equivalente concettuale: non è soltanto un erudito» 6.

 Che il dibattito sulla storiografia, sulla teoria della storia e sulla natura stessa dell'esperienza storica abbia costituito uno dei momenti che maggiormente hanno caratterizzato la cultura del nostro secolo può essere testimoniato, per fare un solo esempio, dal fatto che un libro, non dico sbagliato da capo a piedi come hanno detto in molti, ma di normale caratura e discutibile come tutto ciò che merita di essere discusso, sia diventato un best-seller internazionale e abbia provocato valanghe di recensioni e interventi in tutta la stampa internazionale. Alludo al libro di Fukuyama su La fine della storia e l'ultimo uomo 7. Questo nostro secolo, apertosi all'insegna di una intensa discussione, che anche allora assunse dimensioni internazionali, sulla natura della storia, sui suoi metodi, sulla sua appartenenza alla dimensione della scienza o dell'arte, si chiude con domande ancora più radicali che toccano addirittura il destino stesso della storia come orizzonte etico, antropologico e politico del mondo umano. Non è il caso qui di discutere il libro di Fukuyama; quel che mi preme osservare è che vi sono momenti epocali di svolta e di cambiamento (non è certo per pura coincidenza che il libro del filosofo-politologo americano esca all'indomani degli sconvolgenti avvenimenti del post-1989) nei quali il dibattito sulla storia si sposta dalla normalità alla straordinarietà, cioè dai contenuti della ricerca storica alle sue forme e ai suoi statuti teorici, ma anche ai presupposti e agli esiti etico-filosofici. Così avvenne nel passaggio di secolo, quando in Italia, in Germania, in Francia e nei paesi anglofoni, si sviluppò il vivace confronto sulla storia come scienza o come arte e, poi, il lungo Methodenstreit che metteva in campo, dietro l'apparente disputa metodologica, questioni di grande respiro teorico ed ideologico-politico: il contrasto tra «Storia politica» e «Storia della cultura», il ruolo delle scienze sociali e della psicologia nella ricerca storica. Allo stesso modo, dinanzi alle crisi politiche ed economiche degli anni '20 e '30, con l'apertura di nuovi scenari sempre più mondializzati, I'avvento del comunismo e dei fascismi, nuovi compiti e nuovi profili teorici si disegnano per la scienza storica: si sviluppa la storiografia di ispirazione marxista, si consolida l'orientamento della stretta connessione fra storia e scienze sociali, s'impone il grande modello della storiografia delle «Annales». E poi, nel secondo dopoguerra, altre profonde svolte e drammatici riesami delle certezze teoriche e metodologiche costruite nei decenni precedenti, indotti dalle laceranti ferite dfella guerra, dalla barbarie dell'olocausto, ma anche dal rinnovato impegno alla ricostruzione morale e civile. Gli orizzonti della storiografia si riarticolano e si diversificano: dalla storia ispirata dall'impegno ideologico e politico a quella connessa ai nuovi metodi e ai nuovi contenuti delle scienze economico-sociali, dalle inedite interconnessioni con i saperi antropologici e etnologici, al divaricarsi, infine, delle linee teoriche tra la tradizione storicistico-ermeneutica e quella analitica.

 Nella sacrificata economia di un discorso che non può che essere sintetico, mi limiterò soltanto a meglio articolare qualcuno dei passaggi che ho sopra rapidamente tratteggiato.

 Tra l'ultimo decennio del secolo passato e il primo del nostro, si sviluppa, intensissimo, il cosiddetto Methodenstreit 8 che, al di là dell'immediato oggetto del contendere—la contrapposizione tra storia politica e storia della cultura, tra concezione individualistica e concezione collettivistica della storia—, rappresenta il punto focale a partire dal quale incominciano a definirsi, anche se in modo non univoco, le matrici teoriche delle nuove tendenze storiografiche. Dinanzi ai processi sempre più evidenti di complicazione e trasformazione della società contemporanea nell'economia, nella politica, negli stili di vita; dinanzi al mutare dei soggetti nell'agire politico e in quello economico (e, dunque, dinanzi anche all'affacciarsi di nuovi oggetti della ricerca storica), le vecchie schematiche contrapposizioni ottocentesche tra individuo e Stato, tra individualità e Spirito, tra azione del singolo e milieu, tra struttura e sovrastruttura, o si complicano e si disaggregano (la storia diventa anche storia di gruppi sociali, di collettività, di mentalità, di condizioni materiali, di costanti psicologiche e biologiche) o vengono completamente sostituite con nuovi paradigmi teorici e culturali. Così, in Germania, con Lamprecht, l'insistenza sulla psicologia dei popoli e sulla psicologia collettiva rivela, al di là della disputa accademica ed ideologica, il bisogno di aprire la ricerca storica a nuovi orizzonti, giacché la psicologia collettiva si mostra, in sostanza, come la base su cui poggiano contenuti storici fino a quel momento trascurati o subordinati alla dinamica politico-statuale: i bisogni economici, i conflitti sociali, la cultura materiale. In Italia, negli stessi anni e, anzi, con qualche lustro d'anticipo, la particolare curvatura eclettica e critica del positivismo degli storici—mi riferisco in modo particolare all'opera teorica e storiografica di Pasquale Villari 9—doveva, insieme alla salutare penetrazione dei primi fermenti della cultura marxistica, contribuire a dar vita agli indirizzi della scuola storica economico-giuridica e a un inedito fecondo rapporto tra storia e scienze sociali. Proprio quest'ultimo aspetto doveva apparire ancora più evidente in Francia, dove erano destinati proficuamente ad incontrarsi la «svolta» impressa da Durkheim alle scienze sociali e i nuovi indirizzi storiografici di Simiand e di Berr '°, fondatore di quell'importantissimo organo della scienza storica internazionale, quale divenne la «Revue de synthèse historique».

 In coerenza con i limiti e la intenzionalità di queste pagine, quel che a me preme sottolineare è, innanzitutto, il mutamento radicale dei modelli teorici. I primi segni di un tale mutamento, annunciati nel Methodenstreit e nel dibattito sulla natura scientifica o artistica della storia, diventano ancor più corposi con la grande svolta epocale della prima guerra mondiale e delle sue traumatiche conseguenze. Anche se continuano a sussistere riferimenti teorici, e conseguenti applicazioni storiografiche, ai grandi modelli ereditati dalle filosofie della storia ottocentesche (specialmente nelle varianti dello storicismo e del marxismo, anche se non bisogna commettere l'errore di considerare questi orientamenti come fatti culturali unitari privi di interni ripensamenti e di tentativi di riformulazione: penso agli storicismi novecenteschi di Croce, in Italia, e di Troeltsch, in Germania; ma penso anche ai nuovi profili del marxismo occidentale degli anni '20 e '30 con Lukács, Korsch e Gramsci), il clima appare radicalmente mutato. Questa inversione di paradigmi è basata innanzitutto, come ha osservato Rossi, sul «rifiuto della possibilità di costruire un quadro complessivo del processo storico se non sulla base della ricerca storica e dei suoi risultati, o sulla base di un'analisi comparativa che muova appunto dalla considerazione dei singoli processi» ". Così, anche se i motivi profondi della svolta possono individuarsi già prima del 1914, specialmente in quell'incrocio di critiche e revisioni caratterizzato dalla reazione al positivismo, è diventata ormai «canonica» la periodizzazione che attribuisce al periodo tra le due guerre mondiali la massima espansione del «pensiero della crisi». Non si può non cogliere—ha osservato con grande acutezza Giuseppe Galasso—«il forte valore suggestivo del fatto che quel periodo sembra quasi essere inaugurato dal Tramonto dell'Occidente di Spengler e chiudersi con La crisi delle scienze europee di Husserl. Nel frattempo si era sviluppata la grande spinta dell'esistenzialismo, filosofia della crisi per eccellenza e, insieme alla fenomenologia, indubbiamente la voce, per questo verso, più originale e più appariscente consentanea allo spirito del tempo e del pensiero europeo» 12. Dinanzi alla radicale messa in discussione di valori e princìpi tradizionali, alcune teorie della storia, tra le più rappresentative del Novecento europeo, tentano di riformulare i metodi delle scienze storicosociali, la loro stessa base conoscitiva e la loro struttura logica. Sviluppando e portando a più radicali conseguenze le indicazioni fornite da Dilthey nella formulazione del «comprendere» storico e nella definizione della totalità articolata della vita come Wirkungszusammenhang 13, Max Weber ha affrontato, dandone innovative soluzioni, il tema dei nessi tra causalità oggettiva e motivazione individuale, una volta cadute le vecchie sintesi metafisiche. Weber certamente percepisce lo sfaldamento dei princìpi razionalistici di spiegazione del mondo storico, ma alla ormai irreversibile crisi del modello della filosofia della storia universalistica, come di quello della assimilazione scientistico-naturalistica dei fenomeni culturali a quelli fisico-naturali, egli tenta di reagire teorizzando la specificità dei fatti culturali senza, con ciò, perder di vista la fondabilità di un valore conoscitivo-oggettivo dei metodi e dei contenuti delle scienze storico-sociali. Grandi e significative categorie metodologiche e concettuali costruite da Weber (l'avalutatività, la relazione al valore, il tipo ideale, le varie forme di definizione dell'agire sociale) hanno costituito e costituiscono la trama di lavoro su cui ha operato una parte non indifferente della scienza storica novecentesca: la costruzione concettuale e ideal-tipica del capitalismo moderno, il nesso economia-religione, il ruolo dei processi di razionalizzazione nel mondo culturale e sociale della modernità, l'insistenza sull'analogia e sul metodo comparativo. L'autonomia e l'individualità dei fenomeni storico-sociali non è negata, nello schema weberiano, né s'intende annullare la distinzione tra metodo scientifico-esplicativo e metodo storico-comprendente. Ma questo non significa che non esistano sequenze di tipo causale nel procedimento conoscitivo dell'avvenimento storico. È il tipo di rapporto tra causa (o meglio molteplicità delle cause) ed effetto, che è di natura diversa, giacché l'analisi comprendente dello storico procede solo per ipotesi e comparazioni e i suoi giudizi assumono non il carattere della necessità, bensì quello della possibilità. Si tratta, alla fine, di verificare, come sostiene Weber, se tale giudizio è in grado di introdurre elementi di «causazione adeguata», anche servendosi di leggi empiriche e di procedimenti nomologici, rispetto alla serie degli eventi.

 Non v'è dubbio che con Weber (e a partire da Weber) si consolida sempre più il nesso significativo tra storia e sociologia 14. A1 di là delle movenze specifiche che questo nesso mostra nelle sue diverse soluzioni e nelle diverse situazioni nazionali europee, non v'è dubbio che una convergenza tra sapere storico e sapere sociologico caratterizza in larga parte il pensiero storico della prima metà del Novecento. I paradigmi teorici che vengono formulati nella Germania degli anni '20 e nella Francia degli anni '30 convergono, sia pur a livello generale, sulla esigenza di delineare una consapevole base teoriconomologica che fornisca gli strumenti di comprensione il più possibile adeguati all'evoluzione di un processo storico che assume sempre più i caratteri della globalità e della complessità sociale. E se la struttura tipologica e nomologica della scienza sociale può agevolare e perfezionare il percorso di ricerca della scienza storica, altrettanto il senso de11a storicità determinata e quello della multilateralità dei tempi storici può servire a storicizzare e a «individualizzare» i metodi e i contenuti della sociologia.

 «La sociologia deve essere (...) in grado di pensare e di lavorare storicamente (...); infatti soltanto dalla storia essa può ricavare modelli esplicativi per trends di lungo periodo, senza i quali molti studi del presente risultano deboli, se non addirittura fuorvianti. La scienza storica, d'altra parte, avverte a pieno la propria esigenza là dove è veramente vitale e nel complesso è forse ancor più disposta ad imparare dalla sociologia di quanto avvenga viceversa. Grazie al fatto di essersi occupata per anni di mutamento sociale nel tempo, essa possiede un vantaggio difficilmente soprawalutabile nei confronti di quei sociologi che hanno disimparato a rispondere agli interrogativi storici» 15.

 Ma i nuovi terreni di confronto tra storia e sociologia, storia e antropologia, storia e geografia, non facevano che mettere allo scoperto l'ormai avvenuta inversione di accento e l'ormai consolidatasi modificazione degli stessi modelli teorici: dalla storia politica si passa alla storia della società e delle mentalità, dalla storia dei singoli avvenimenti si passa alla storia delle strutture e al loro disporsi sul «lungo periodo». Le premesse teoriche e le particolari opzioni di ricerca della scuola delle Annales di Lucien Febvre e Marc Bloch testimoniano in maniera evidente di questo spostamento 16.

 Con le Annales il mutamento di paradigma teorico-metodologico è più che compiuto. Seguo qui l'indicazione anche se non ne condivido alcuni schematismi—di Stoianovich ", che individua nelle Annales un terzo paradigma, dopo quello della storia «esemplare» (della storia, cioè, pedagogica e pragmatica) e quello della storia «evolutiva» (che si basa, cioè, su una visione dello sviluppo storico). Si tratta del paradigma «funzionale-strutturale». «L'azione non è più semplicemente un esempio, ma una funzione. Il mutamento viene inteso non già come progresso, sviluppo regolare, continuità, ma in quanto ricerca di nuove funzioni, o in quanto aspetto di un processo di ristrutturazione, destrutturazione e ristrutturazione. Più esattamente, viene stabilita una distinzione tra due tipi principali di mutamento, uno che procede lungo linee evolutive, I'altro che rappresenta una deviazione, una discontinuità, una mutazione» 18. Come si può vedere—e anche tenendo conto che non è possibile guardare ai tre paradigmi come compartimenti stagni, cioè senza considerarne gli elementi di reciproca influenza o di permanenza di uno nell'altro—il mutamento di prospettiva storiografica è fortemente radicato nel processo di modificazione dei modelli teorici. In una fase della storia della cultura europea inaugurata da Bergson e Saussure, da Freud e Einstein, da Husserl e Heidegger, da Weber e Wittgenstein, anche la teoria della storia doveva subire gli effetti di una profonda rivoluzione che metteva in discussione codificate visioni della vita, del tempo, del linguaggio, della scienza. La storia non è più solo storia del vistoso e del «monumentale», ma anche di spazi e di luoghi, di climi e paesaggi, di culture materiali e di mentalità, di gruppi sociali e masse anonime. Il tempo non è più considerato nella sua linearità evolutiva, ma di esso si colgono la pluralità dei livelli e l'intreccio dei percorsi. Le strutture della storia e della vita umana appaiono certo come oggetti privilegiati e dominanti rispetto alle individualità singole e collettive che erano state esaltate dalle concezioni ottocentesche della storia. E, tuttavia, ciò non è da intendere come un nuovo determinismo (anche se elementi di tal genere non sono mancati nella nuova storiografia novecentesca), giacché la preoccupazione di Fernand Braudel, ad esempio, è proprio quella di non separare mai artificiosamente l'analisi di una struttura dalla temporalità e dalla storicità ad essa intimamente connessa. Se, dunque, vi è una struttura quasi immobile, riscontrabile nei lenti processi di modificazione dei climi e nel succedersi delle ere geologiche, vi è, allora, anche un tempo di «lunga durata» che la contraddistingue. Allo stesso modo vi è un tempo «congiunturale» che scandisce i processi di trasformazione demografica, la serialità delle generazioni, I'alternarsi dei cicli economici. In ultimo vi è il tempo breve dell'evento, del dato storico legato al singolo awenimento politico, economico, culturale. Una tale visione, infine, comporta un diverso dislocarsi della storia nel suo rapporto con l'insieme delle discipline umane: la sociologia, I'antropologia, I'economia, la demografia, la psicologia, giacché ognuno di questi ambiti del sapere è portato a privilegiare ora questa ora quella dimensione del tempo. Perciò Braudel ha potuto parlare di «storia globale», non nel senso di una impossibile restaurazione di una filosofia universalistica della storia, ma in quello di una comune disposizione di tutti gli ambiti della conoscenza umana a permanere in una intrascendibile dimensione di storicità e temporalità, ed anche in quello di un orizzonte, la socialità, che solo la storia può cogliere con una capacità di sintesi e orientamento che non hanno le singole discipline e i particolari ambiti di ricerca. «Quel che noi storici conosciamo forse meglio di ogni altro osservatore del sociale è la fondamentale diversità del mondo. Ciascuno di noi sa che ogni società, ogni gruppo sociale, più o meno direttamente, è fortemente partecipe di una civiltà, o più esattamente di una serie di civiltà sovrapposte, legate tra loro e talvolta molto diverse» 19.

 Queste ultime considerazioni, relative alla crucialità del tempo e alla sua multilateralità, ma anche alla definizione della storia come sintesi «globale» dell'esperienza umana, caratterizzano l'egemonia della storiografia francese anche nella prima parte della seconda metà del nostro secolo. La «Nuova storia» ha definitivamente lasciato alle sue spalle le illusioni della filosofia della storia idealistica o marxista e ha abbandonato anche gli schematismi della storia positivistica. La stessa tendenza «concettualizzante» viene messa in discussione, quando l'utile strumento dell'astrazione si riduce o a rigido tipologismo o a costruzione di strutture formali e atemporali. Anche i modelli storiografici nati dalla pervasività dei risultati delle scienze sociali novecentesche in quasi tutti gli ambiti della ricerca storica sono stati messi in discussione. La riapertura del dibattito sulla natura scientifica o narrativa della storia, sulla storia come spiegazione o come comprensione, ha avuto tra i suoi maggiori effetti quello di aver di nuovo problematizzato un incontro che sembrava pressoché definitivo, quello tra storia e scienze sociali, che veniva concepito, come aveva tentato di fare il filone risalente alla scuola delle Annales, in termini di reciprocità e dialetticità di metodologie e contenuti. I tentativi, ad esempio, dell'epistemologia neopositivistica di fondare un modello generale di spiegazione ipotetico-deduttiva, utile, dunque, tanto alla definizone di leggi generali quanto alla individuazione di campi di probabilità, sono trasposti anche alla storiografia. A partire dalle posizioni di Hempel 20, si è sempre più consolidata la tesi dell'unità del modello scientifico, applicabile, così, anche ai contenuti dell'esperienza storica. I1 modello esplicativo, tuttavia, appare anch'esso percorso da fermenti e ripensamenti che ne articolano meglio il tipo di applicabilità al mondo storico, con l'introduzione di correttivi funzionalistici e probabilistici. A1 contempo, non bisogna trascurare il fatto che il modello di scientificità della storia non è stato, in questi ultimi decenni, perseguito solo dalle tendenze analitiche e neopositivistiche, ma anche, con un approccio metodologico e teorico diverso, dagli ultimi epigoni della «storia sociale» di derivazione weberiana 21, convinti della validità di un particolare sapere nomologico, condiviso con il più ampio spettro di scienze sociali. Si tratta, cioè, di definire modelli concettuali e astrazioni tipologiche che hanno evidentemente perso ogni carattere metafisico e finalistico, per limitarsi ad una funzione esclusivamente di sintesi e di orientamento conoscitivo. Sul fronte opposto si sono collocate quelle posizioni che hanno rivendicato per la storia la specificità del suo carattere narrativo. A partire dalle ben note indicazioni formulate dal Danto 22, Si è sostenuto con forza che la storia non può essere ridotta a un procedimento meramente esplicativo, giacché la peculiarità del «fare storia» sta nella narrazione degli eventi e la stessa empiricità del dato trova la sua spiegazione nelle forme che lo storico riesce a dare della sua ricostruzione.

 I1 quadro dei modelli teorici, di alcuni di essi, che hanno costantemente accompagnato la scienza storica in questo nostro secolo, è stato fin qui esposto in maniera certamente incompleta e il lettore accorto certamente avrà colto lacune e imprecisioni. Non posso perciò né trarre conclusioni, né considerare esaurito l'arco dei problemi qui soltanto rapidamente accennati. Quel che mi sembra possibile riproporre al termine di questo excursus è un orientamento che, tra l'altro, traspare facilmente dalle cose finora dette. Si possono certamente discutere (e, di conseguenza, operare le conseguenziali opzioni) i diversi possibili approcci alla storia; si può dare maggiore o minore spazio all'intervento delle scienze sociali nella storiografia; si può optare per il modello esplicativo o per quello ermeneutico-comprendente; si può fino all'infinito discutere sulla natura scientifica o letteraria della storia. Quel che a me sembra indubitabile è che non c'è spiegazione o comprensione che tenga se non si muove dall'originario atto della temporalizzazione. E, come ha giustamente affermato Koselleck, l'esperienza del tempo storico è il carattere dominante che ci consente di cogliere l'essenza del mondo moderno, ma anche le sue sbavature post-moderne. «È l'accelerazione del mutamento che, a partire dalla tecnica e dall'industria, provoca un'ulteriore esperienza specifica del tempo. Il passaggio dalla carrozza postale al jet, attraverso le ferrovie e l'automobile, ha radicalmente trasformato tutte le relazioni spazio-temporali, e con ciò anche le condizioni del nostro ambiente di lavoro, della mobilità sociale, della tecnica bellica, dell'intera rete di comunicazioni tutti fattori che costituiscono per la prima volta la nostra storia universale nei limiti di un globo finito. Con la temporalizzazione e l'accelerazione si indicano condizioni temporali generali che devono entrare in tutti i concetti della storia sociale moderna come impostazione universalmente accettata. Queste condizioni generali rendono possibile stabilire confronti diacronici e sincronici; soprattutto essi sollevano il problema centrale di definire ciò che si è sviluppato nello stesso tempo (in senso cronologico) in modo diverso (nel senso dei tempi storici)» 23. Ho citato queste parole di Koselleck perché, con lui, resto convinto che la storia può essere studiata soltanto se si riesce a fare piena esperienza (e su essa costruire coscienza e scienza dei fatti) della multilateralità delle dimensioni storiche del tempo e della irriducibile dialetticità del tempo dell'evento e di quello delle strutture e, in primo luogo, della struttura fondante che resta la vita umana. È questo stare sempre in mare aperto, questo oscillare continuo tra la singolarità sempre nuova dell'evento e la stabilità apparente delle strutture e delle epoche, delle civiltà e delle culture, che fa della storia la disciplina umana per eccellenza, quel sapere che è sempre capace di rinnovare se stesso. «Ciò che spinge la storia a definirsi di nuovo è anzitutto la presa di coscienza da parte degli storici del relativismo della loro scienza. Essa non è l'assoluto degli storici del passato, provvidenzialisti o positivisti, ma il prodotto di una situazione, di una storia. Questo carattere singolare di una scienza che dispone di un unico termine per definire il proprio oggetto a se stessa, che oscilla fra la storia vissuta e la storia costruita, subita e fabbricata, costringe gli storici, fatti coscienti di questo originale rapporto, a interrogarsi di nuovo sui fondamenti epistemologici della loro disciplina» 24.

 

Note

 * Questo testo rielabora materiali discussi durante un seminario organizzato dalla sezione della SFI di Salerno e tenutosi il 22-23 aprile 1993.

 1 Cf. G. CACCIATORE, I modelli teorici nella storiografia italiana dal 194S al 1980, in «Archivio di Storia della Cultura», Il, 1989, pp. 113 e ss.

 2 Cf. P. ROSSI, Teorie della società e paradigmi storiografici, in AA.VV., n Mondo contemporaneo. Gli strumenti della ricerca, 2, Questioni di metodo, Firenze, 1983, p. 567.

 3 Valga, per tutti, I'esempio della scuola francese delle Annales. Cf., a proposito, F. BRAUDEL, Histoire et sciences sociales. La longue durée (1958), ora in Scritti sulla storia, Milano, 1973, pp. 57-92.

 4 Cf. S. VECA, Storia e modelli: I'approccio epistemologico, in Questioni di metodo, cit., p. 1370.

5 F. BRAUDEL, Histoire et sciences sociales. La longue durée, cit., p. 83.

6 Cf. P. VEYNE, La storia concettualizzante, in AA.VV., Fare Storia. Temi e metodi della nuova storiografa, a cura di J. Le Goff e P. Nora, Torino, 1981 (Paris, 1974), p. 34.

7 Milano, 1992. L'edizione originale americana è dello stesso anno.

8 Di esso, e in particolare della figura e dell'opera di Karl Lamprecht, ho scritto in vari saggi: cf. Crisi dello storicismo e «bisogno» di «Kulturgeschichte: il caso Lamprecht, in «Archivio di Storia della cultura», 1, 1988, pp. 257-281; Karl Lamprecht und die «Kulturgeschichte», in «Geschichte und Gegenwart», Xl, 1992, n. 2, pp. 120-133; I «Princìpi» dellaKulturgeschichte, in «Archivio di Storia della cultura», V, 1992, pp. 315-324.

 9 Anche a tal proposito mi permetto di rinviare alle pagine da me dedicate a Villari all'interno del saggio su 11 dibattito sul metodo della ricerca storica, in AA.VV., La cultura storica italiana tra Otto e Novecento, a cura di G. Di Costanzo, Napoli, 1990, pp. 161-244.

 10 Di Simiand bisogna ricordare il famoso intervento del 1903 (Méthode historique et science sociale) che contribuisce in modo decisivo alla ridefinizione dell'oggetto della scienza storica sulla base di una distinzione tra soggetto e oggetto, individualità e socialità, che non è più fondata su una separazione di «materie», ma sulla diversa disposizione dell'osservatore. Henri Berr sviluppa questa impostazione nella altrettanto famosa Synthèse en Histoire del 1911, dove la sequenza dei fatti e le modificazioni storiche possono essere ricondotte a un principio di unificazione sintetica, non più metafisica e aprioristica, ma fondata sulle forze direttive della vita umana.

 11  P. ROSSI, op. cit., p. 565.

12 Cf. G. GALASSO, Croce e lo spirito del suo tempo, Milano, 1990, pp. 262-263.

13 La traduzione italiana, ormai «canonica», di questo termine è stata resa con «connessione dinamica». Altre più recenti traduzioni hanno proposto, forse a ragione, «connessione effettuale».

14 Per uno sguardo d'insieme cf. H. U. WEHLER, Geschichte als historische Sozialwissenschaft, Frankfurt am Main, 1973 e J. KOCKA, Sozialgeschichte: Begriff, Entwicklung, Probleme (i due saggi sono stati, nella traduzione italiana, raccolti in un unico volume: Sulla scienza della storia. Storiografa e scienze sociali, intr. di G. Corni, Bari, 1983). Su questi contributi mi permetto di rinviare al mio «Neue Sozialgeschichte» e teoria della storia, in «Studi storici». 1984* n. 1, pp. 119-130.

15 Cf. H. U. WEHLER, op. cit., pp. 38-39.

16 La bibliografia sulle Annales è diventata a dir poco, e giustamente, straripante. Mi limito perciò alle essenziali indicazioni bibliografiche limitatamente alla letteratura del nostro paese (oltre, owiamente, ai testi di Febvre, Bloch, Braudel, Le Goff, Le Roy Ladurie, Aymard, etc., ormai largarnente disponibili in edizioni italiane): M. CEDRONIO-F. DIAZ-C. RUSSO (con una intr. di M. DEL TREPPO), Storiograf a francese di ieri e di oggi, Napoli, 1977; G. GEMELLI, Storia e scienze sociali: le «Annales» nella cultura francese degli anni trenta, in Storia del mondo contemporaneo. Cli strumenti della ricerca, vol. X, tomo 1, cit.; M. MORETTI, Parlando di «eventi». Un aspetto del dibattito storiograf co attorno alle «Annales» dal secondo dopoguerra ad oggi, in «Società e storia», n. 28, 1985; G. GEMELLI, Fernand Braudel e l'Europa universale, Venezia, 1990.

17 Cf. T. STOIANOVICH, La Scuola storica francese. Il paradigma delle «Annales», (ed.orig., New York, 1976) Milano, 1978.

18 Ivi, pp. 34-35.

19 Cf. F. BRAUDEL, La storia delle civiltà: il passato spiega il presente (1959), in op. cit., p. 276.

20  Mi riferisco al classico di C. G. HEMPEL, The Function of General Laws in History, apparso nel 1942 in «Journal of Philosophy». Un utilissimo strumento critico e bibliografico, che fornisce un esauriente panorama delle posizioni che, dall'originaria impostazione epistemologica del neopositivismo, si sono poi articolate, da un lato, sul versante pragmatistico e, dall'altro, su quello della filosofia analitica inglese, è l'antologia, curata da V. Predaval Magrini, Filosof a analitica e conoscenza storica, Firenze, 1979. Il libro contiene testi, tra gli altri, di Hempel, Dray, Gardiner, Mandelbaum, Walsh, etc.

 21 Mi riferisco ai già citati esponenti della tedesca «Neue Sozialgeschichte». Ma cf. anche W. J. MOMMSEN, La storia come scienza sociale storica, in La teoria della storiograf a oggi, a cura di P. Rossi, Milano, 1983, pp. 79 e ss.

 22 Mi riferisco a A. C. DANTO, Analytical Philosophy of History, Cambridge, 1965 (tr.it., Bologna, 1971). Ma cf., anche, H. WHITE, MetaZistory: The Historical Imagination in Nineteenth-Century Europe, Baltimore, 1973 (tr.it., Retorica e storia, Napoli, 1978). Ma di Danto e White cf. i saggi (rispettivamente, Spiegazione storica, comprensione storica e scienze umane; La questione della narrazione nella teoria contemporanea della storiograf a) editi in La teoria della storiografa oggi, cit., pp. 5 e ss. e 33 e ss. Per uno sguardo generale ai temi dd narrativismo in storia, cf. L. STONE, Viaggio nella storia (1981), tr.it., Roma-Bari, 1987.

 23 Cf. R. KOSELLECK, La storia sociale moderna e i tempi storici, in La teoria della storiograf a oggi, cit., p. 148. Di Koselleck, ovviamente, è da vedere il libro Vergangene Zukunft. Zur Semantik geschichtlicher Zeiten, Frankfurt am Main, 1979 (tr.it., Genova, 1983).

 24 Cf. J. LE GOFF-P. NORA, Presentazione a Fare storia. Temi e metodi della nuova storiografa, cit., p. Vlll.

 

 

Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno: lezioni 7,9,10,11
post pubblicato in Religione e antropologia, il 25 gennaio 2010


Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno

 
Lezione 7. Roma, giovedì 29 ottobre ore 8.30
 
SIDERIUS NUNCIUS. Questo libro segna la nascita della scienza moderna nel 1610. La caratteristica è l’esposizione della scoperta dei satelliti di Giove e la dimostrazione del sistema copernicano. Sempre nel 1610 Keplero scriverà ASTRONOMIA NOVA.
Il Siderius Nuncius è del 1610 ed è stampato in cinquecento copie e vengono esaurite in una settimana e vendute in tutta Europa. Viene stampato a Venezia, cioè il luogo di distribuzione tipografico miglior per poter esportare questo libro in tutta Europa.
Il libro è apprezzato soprattutto tra gli astronomi, anche Keplero lo leggerà e scriverà un libro di apprezzamento. Se ne parlerà come di un miracolo.
Il trattato segna il confine tra la scienza antica e la scienza moderna. Le novità vengono subito enunciate: la Luna ha una superficie scabra; intorno a Giove vi sono quattro satelliti; le stelle sono numerosissime.
Ad occhio nudo quindi ci sono cose che non riescono a vedersi, il tutto invece è visibile grazie al cannone-occhiale, di qui le notizie sullo strumento iniziano a circolare.
Un fiammingo aveva messo a punto un cannone-occhiale e solo con il racconto galileo lo ricostruì, perfezionandolo grazie al suo collaboratore, un artigiano di nome Mazzoleni, specialista nel levigare le lenti. Un PERSPICILLUM, uno strumento che ravvicina gli oggetti. Tutti lo possono verificare.
Si tratta di un discorso nuovo, sistematico, con un orientamento epistemologico inedito. La lettura sistematica dei dati appresi, mediante la conoscenza, questa è la scienza moderna introdotta da Galileo: LA SCIENZA DEL METODO SPERIMENTALE.
Galileo riserva il suo strumento all’osservazione scientifica e da le istruzioni perché altri lo possono ricostruire. Un’esperienza entra nel discorso scientifico se è ripetibile in maniera infinita. Il cannone-occhiale n on è solo uno strumento scientifico, ma un invenzione che accresce e raddoppia la percezione umana. Si noti come l’osservatore non entra a far parte dell’esperienza ma è giudice di essa. Avviene un mutamento di prospettiva radicale che si distingue dalla scienza antica.
La scienza orientale greca, latina, araba, medievale rendeva conto delle certezze immediate, cioè mira come la retorica a convincere e persuadere ma non rileva l’oggettiva verità di una osservazione.
Con il Siderius Nuncius si ha invece proprio questo, cioè l’oggettività d una osservazione. Ora il rigore metodologico(Bacone), lo sperimentalismo(Galileo), l’elaborazione(Keplero) sono metodi che si impongono in campo scientifico proprio nel 1610.
LA VERA SCOPERTA DI GALILEO E’ IL METODO SCINETIFICO SPERIMENTALE, IL METODO DELLA SCIENZA MODERNA.
 
Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno
 
Lezione 9. Roma, lunedì 11 novembre ore 8.30
 
 
 Il DRAMMA DI GALILEO. Don Paolo Galdo, sacerdote ed amico di Galileo suggerisce a Galileo la “prudenza” in quanto Galileo sta toccando temi che coinvolge la scienza massima e cioè la teologia, dandogli un monito - ” nessuno è d’accordo con te!”.
In passato il sistema copernicano aveva avuto delle difficoltà e Galileo riprendendolo aveva toccato un argomento che contraddiceva le Scritture - la Parola di Dio.
Le difficoltà del copernicanesimo le pone il protestantesimo , con Lutero e il discepolo Melantone. Ludovico delle Colombe è il primo che prende la penna e scrive “Dissertazione contro il moto della terra”. Ludovico è un filosofo aristotelico e nella sua tesi si pone con argomentazioni prettamente scientifiche: l’evidenza e Aristotele. Oltre questa impostazione di partenza cita il commento di Giobbe(9,6) - “ Dio scuote la terra”. Interpretando letteralmente, Dio può dire quello che vuole e la terra ubbidisce De Pineda (1610). Riferendosi ai copernicanisti li addita come pericolosi minatori della fede dandogli perfino dei pazzi.
LA SCRITTURA SI PUO’ INTENDERE ALLA LETTERA E INTESA STORICAMENTE.
Inizia la polemica scritturistica e con essa inizia il processo a Galileo. Non si prende in esame ciò che scientificamente dice Galileo, ma si prende in esame solo la Bibbia e da essa si esaminano le tesi galileiane.
Galileo legge le dissertazioni di Delle Colombe e gli risponde che egli “non dimostra con l’esperimento ciò che afferma e soprattutto le ipotesi che egli pone non sono dimostrabili”.
LA SCRITTURA VA INTERPRETATA LETTERALMENTE E NON ALLEGORICAMENTE.
Il secondo attacco a Galileo viene dai domenicani di S. Maria Novella di Firenze, da Francesco Sizzio(1611) scrivendo il DIANOIA ASTRONOMICA, TRATTATO DI OTTICA E FISICA.
Il ragionamento si basa analizzando la testa dell’uomo e sulle sue sette aperture, i candelabri del Tempio di Gerusalemme che hanno anch’essi sette bracci. Inoltre sono sette i giorni della settimana, i bimbi settimini sopravvivono, sette sono le note musicali e altre storiche credenze divenute cultura dell’epoca. Quindi i satelliti non possono essere più di sette.
La fallacia del ragionamento e il dramma di Galileo è qui e cioè, NON SI POSSONO COMPARARE DUE CAMPI DIVERSI, questo è il primo errore grave. NON SI PUO’ DAL CAMPO DELLA BIBBIA, QUINDI DELLA FEDE, PASSARE AL CAMPO DELL’ASTRONOMIA E QUINDI DELLE SCIENZE. GALILEO RIVENDICA COSI’ L’AUTONOMIA DEL CAMPO SCIENTIFICO.
Vengono contrapposte a Galileo sempre tesi al di fuori del campo astronomico e Galileo erroneamente sta al gioco e risponde letteralmente alle accuse.
Galileo progetta un viaggio a Roma per contrapporre le critiche filosofiche ma anche quelle scritturistiche e trova un appoggio dai gesuiti del Collegio romano.
A Roma incontra il CARDINALE BELLARMINO, tra il 1610 e il 1611. Il cardinale vuole informarsi in particolar modo sulla MOLITUDINE DELLE STELLE.
Infatti questa tesi mette in discussione l’epistemologia aristotelica, Bellarmino sostiene che le tesi di Galileo non possono essere veritiere in quanto sostiene che il cielo è conosciuto tramite i sensi, ma come sappiamo i sensi non sono adatti alle tesi scientifiche.
Il Bellarmino pone delle domande a Galileo: Saturno si compone davvero di tre stelle? E’ vero che la superficie lunare non è perfetta? I satelliti di Giove sono veramente quattro?
Quindi ricapitolando la moltitudine di stelle pone in discussione l’epistemologia aristotelica, le fasi di Venere pongono in discussione l’astronomia tolemaica e i satelliti di giove l’astronomia del tempo.
Dopo cinque giorni i padri gesuiti risponderanno a questi stessi quesiti. Il Clavius risponde che scoperte sono vere, ma sulla Luna avevano delle divergenze. Il Bellarmino era maldisposto verso Galileo. Il Bellarmino in giovinezza insegnava astrologia e si era accorto, attraverso il Clavius che il sistema tolemaico non reggeva più e capisce che le tavole di Copernico sono esatte.
La questione ha risvolti diversi, l’obiezione di fondo del Bellarmino è: Galileo è un matematico non un teologo o un esegeta. Quindi perché Galileo non rimane nelle scienze naturali? Al Collegio romano si cerca di fare “cose nuove”. Viene istituita una accademia in virtù degli studi Galileo e si chiamerà Nuncius Siderius, senza enunciare tutto il titolo.
Si dirà che Saturno e Venere furono scoperte dai gesuiti. Perché tanta freddezza? 1. Le scoperte mettono in crisi la filosofia del tempo. 2. Il copernicanesimo non aveva avuto una dimostrazione, ma nella sua globalità era una ipotesi matematica. 3. La Scrittura. 4. L’ipotesi di Tycho Brahe prende largo nella Chiesa, come ipotesi da contrapporre a Galileo, essa infatti era una teoria che supera quella aristotelica ma che non contraddice la scrittura.
Galileo è ricevuto da PAOLO V nel 1616 e spera che la Chiesa inizia a considerarlo, inoltre Galileo è ricevuto dal cardinale Maffeo Barberini( Futuro papa Urbano VIII) che lo stima ma nel 1633 lo condannerà.
Viene istituita l’Accademia dei Lincei e Galileo ne diventerà un accademico ed è stimato da papa e cardinali, ma nonostante tutto il clima accademico favorevole verrà condannato.
L’ambasciatore di Toscana, Piero Gucciardini, comunica al Granduca la veemenza di Galileo nello spiegare le sue tesi e si raccomanda di richiamarlo a Firenze.
Scoppia ancora la polemica “dei corpi galleggianti” e Galileo diventa oggetto di molte attenzioni. Mentre si discute si analizza il ghiaccio e si porrà una domanda: perché galleggia?
Non è la superficie e non la forma la causa. Un corpo galleggia se è più denso o meno denso dell’acqua. Dunque è importante la densità del corpo. Nel 1610-1611 non si era capito perché finché Galileo non lo scoprirà. 
Secondo Aristotele il ghiaccio restringe la forma, e Galileo scriverà un testo che lo smentisce. Il Granduca di Toscana, vuole fare una dimostrazione e mette a confronto Galileo con Flaminio Papazzoni. Tesi della densità contro la tesi della forma.
Ospiti del Granduca era il cardinale Gonzaga per Papazzoni e il cardinale Barberini per Galileo. Nasce un partito anti-galileiano che si formerà e si riunirà nella casa dell’arcivescovo di Firenze. Quindi in questo periodo avviene: 1. La polemica scritturistica. 2. Atteggiamento del Bellarmino, allora commissario del Sant’Ufficio, preoccupato della condanna di Bruno Giordano. Nell’1611 ci fu una riunione del Sant’Ufficio, giudice Cesare Cremonini. Nell’analizzare Cremonini, si cerca di trovare collegamenti con le tesi di Galileo.
Il Bellarmino non si impegna in questa tesi, anzi è preoccupato proprio per Galileo. Giordano Bruno sosteneva infiniti mondi, Galileo sostiene infinite stelle. Qui il Bellarmino è in bilico nella sua posizione. Esso infatti, di fronte alla dimostrazione delle tesi di Galileo, porrà una domanda e cioè che bisognerà rivedere tutto in funzione della Scrittura.
 
Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno
 
Lezione 10. Roma, 12 novembre ore 8.30
 
La polemica scritturistica. Le macchie solari e i problemi connessi.
Le MACCHIE SOLARI sono grandi esplosioni nucleari che i cinesi già nel II secolo le avevano scoperte. Il grande problema di Galileo è che sembra che il sole giri, cioè lo studio delle macchie solari porta a credere che il sole giri perché le macchie si muovono.
Qui si hanno delle contraddizioni con la Scrittura, in quanto per i testi sacri I CORPI CELESTI SONO PERFETTI e invece qui le macchie solari si postano e quindi il Sole a un moto circolare e gira su se stesso.
Le macchie solari si sono notate già dal mondo greco e romano, ma i cinesi le studiavano dal II secolo e l’occidente le ha scoperte nel 1613 con il missionario in Cina Matteo Ricci. I cinesi dicevano che le macchie solari erano l’anello di congiunzione tra il Sole e il moto dei pianeti.
 Il sole è un corpo celeste perfetto immutabile e non poteva avere delle macchie, secondo la filosofia aristotelica. Questo è il punto di scontro con Galileo, che nel 1610 a Padova, aveva osservato il Sole.
L’INTERPRETAZIONE. Il primo autore è J. Fabricius, lui pubblicò un resoconto delle macchie solari e nel 1610 stampa il libro a Wittemberg.
Fabricius afferma che non sono ne comete, ne pianeti e il loro movimento è dovuto alla rotazione del sole su se stesso, tutto espresso con il “probabilmente”.
Il gesuita Scheiner, successore del Collegio romano, pubblica TRES EPISTULAE DE MACULIS SOLARIBUS, APELLES LATENS.
Per il gesuita le macchie sono dei pianeti. Osserva le macchie del sole, analizzando i rapporti del Sole con la Luna. Pianeti questi diversi da Marte e da Venere.
Galileo vede lo scritto di Scheiner e non gli risponde subito ma nel 1612. Galileo vede che la Chiesa difende la scienza tradizionale e per prudenza tarderà la sua risposta.
Galileo continuando i sui studi, ipotizza che le macchie non sono pianeti, ma “fenomeni all’interno del Sole”. Dopo un po’ di tempo(1612) scrive la lettera di risposta, questa lettera giunge nelle mani del cardinale Maffeo Barberini.
Galileo chiede al cardinale Conti che cosa la Bibbia sostiene rispetto alle scoperte astronomiche. Conti risponde che la Bibbia non dice nulla sulla incorruttibilità dei cieli, favorendo la tesi di Galileo. Per Galileo il problema rimane l’ESEGESI DELLE SCRITTURE. Inoltre Conti sostiene che però la tesi del Moto dei pianeti contraddice la Scrittura ed evidenzia che un autore Diego De Zuniga che riesce a conciliare il copernicanesimo con la Bibbia. Dunque Conti gli da due opinioni contraddittorie.
Scheiner pubblica un secondo libro ACCURATIOR DISQUITIO(1612) dove diceva che le macchie vengono osservate a Roma e altrove, mettendo in dubbio le tesi di Galileo.
Galileo se ne risente perché vengono messe in dubbio le sue scoperte, eppure egli aveva osservato per primo le fasi di Venere. L’amicizia tra Galileo e i gesuiti si incrina.
Galileo continua gli studi sulle macchie solari: egli osserva che le macchie solari appaiono e dispaiono nella medesima latitudine.
 
Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno
 
Lezione 11. Roma, 16 novembre ore 8.30
 
La disputa del Granduca di toscana. La condanna del copernicanesimo.
Il fatto scientifico è che non ci sono argomenti scientifici da contrapporre a Galileo. Inizia quindi l’introduzione della Bibbia per spiegare che la scienza sbaglia. Tre fatti sono di questa disputa:
  1. Nel 1612 un domenicano Niccolò Lorini dice “l’opinione di quell’Ipernico o come si chiami contraddice la Bibbia. Inoltre i matematici sono tutti diabolici”.
Galileo protesta per questa lettera e gli risponderà a sua volta. Galileo scrive a Cesi che Lorini è un goffo dicitore. Galileo però sottovalutava Lorini e infatti sosteneva che non c’era da temere nulla da quel goffo dicitore. Purtroppo Galileo sbagliava. Lorini va a Roma e pone i suoi casi, le sue critiche come FATTO DI COSCIENZA.
  1. La madre del Granduca di toscana, Cristina di Lorena, invitò B.Castelli e il professor Boscoglio. Castelli dice “ ho osservato i pianeti medicei”. La duchessa gli chiede se sono veri e Boscoglio risponde con un “può darsi” indicando diffidenza nei confronti della scoperta, ma Castelli conclude che “il moto della terra impossibile”. Castelli scrive a Galileo e sente che questa volta la polemica contro di lui è guidata da scienziati. E’ la svolta!
Galileo si sente accerchiato da tutti gli ambienti intorno a lui. Gli argomenti scientifici da contrapporre a Galileo in realtà non esistono. Gli scienziati, quindi, anche loro si trinceranno dietro la difesa della Bibbia. Galileo a questo punto scrive una lettera a Benedetto Castelli, essa è un vero trattato che per prudenza, che viene messo sotto forma di lettera perché non sottoposta al controllo della Congregazione dell’Indice. Scrive poi anche una lettera a Cristina di Lorena. Scrive Galileo: “la Scrittura non può mai errare perché Parola di Dio. Ma possono sbagliare chi interpreta la Scrittura, cioè gli esegeti”. Infatti gli esegeti possono sbagliare perché condizionato dal tempo e dal linguaggio. La Bibbia ha un suo linguaggio. Che significa l’ira di Dio? Le mani di Dio? Gli occhi di Dio?
Scrittura e Natura vengono da Dio e quindi non possono contraddirsi ma esse tra loro hanno linguaggi diverse. Per Galileo la Scrittura, dettatura dello Spirito, deve adattarsi alle capacità umane. La Natura invece è inesorabile e immutabile. Il linguaggio della Natura è la matematica, la descrizione matematica è la fisica e la fisica del cielo è l’astronomia.
Di fronte ad una dimostrazione scientifica che appare in contrazione con la Bibbia, bisogna cercare una nuova interpretazione della Scrittura.
Per Galileo la Bibbia ha un suo campo che è la fede. non quindi essere adottata come principio in campi che non le competono, ad esempio una dimostrazione scientifica.
Galileo aveva scoperto e proclamato l’autonomia del metodo scientifico enunciato nel Siderius Nuncius.
Secondo Galileo la Scrittura non può mai errare ma la Scrittura non può dire come è la struttura del cielo: la Scrittura non insegna come vadia il cielo ma come si vadia in cielo!
La parola CIELO è usata in due sensi diversi, cielo astronomico e come luogo metafisico. La lettera a Benedetto Castelli giunge in mano a Larini e avrà delle conseguenze .
Galileo, secondo Larini, è entrato in questioni teologiche pretendendo di trattare l’esegesi biblica. Larini invia una copia di quella lettera a Roma.
La Congregazione dell’Indice la legge ma non può far nulla perché la lettera non è stampata. Quale lettera viene letta da Larini e dal Sant’Ufficio? Ci sono più lettere, più o meno radicali che Galileo scrisse.
Il Sant’Ufficio dice che le affermazioni sono improprie ma non escono dall’ortodossia. Intanto a Firenze a Santa Maria Novella c’è un domenicano Tommaso Caccini: Viri Galilaei(uomo Galileo)… siete un espressione del Diavolo. Ma quale lettera è stata inviata?
Inizia il dramma. Galileo invia la lettera di Dini per farla avere ai Gesuiti.
Ma perché i gesuiti non reagiscono e far sentire la loro voce e reagire alle intemperanze dei frati?
La lettera viene inviata al cardinale Bellarmino e al Barberini, cercando un appoggio. Di fronte alla lettera di Galileo, il cardinale Bellarmino prende posizione a favore di Galileo: Galileo ha ragione! I gesuiti che fino a questo momento, erano la forza di Galileo, ora si tirano indietro, anzi prendono una posizione polemica verso Galileo.
Il Sant’Ufficio vuole l’originale della lettera e si scopre che ci sono varie copie. Il Bellarmino ha un atteggiamento interessante. Egli sostiene che non bisogna vietare il libro di Copernico, ma corredarlo di note di spiegazione fatte con prudenza.
“Non si deve correre su queste questioni ma non bisogna neanche condannare su ogni cosa che viene espressa”.
Anche dal punto di vista astronomico, inizia una disputa. La posizione scientifica della Chiesa è quella del sistema di Tycho Brache e quindi Galileo deve dimostrare che la terra gira intorno al sole.
Galileo risponde che Keplero non è una ipotesi matematica ma una dimostrazione e va accettata per quello che è senza compromessi.
  1. Il padre generale dei carmelitani Paolo Antonio Foscarini scrive un trattato: “lettera sopra l’opinione dei pitagorici e del Copernicano nella quale si accordano e si appaciano. Luoghi della Scrittura e proposizione teologiche” aprile 1615.
Foscarini tenta di far incontrare il copernicanesimo e le Sacre Scritture: tra essi non c’è contraddizione. Questo libro non è scritto in accordo con galileo e fu condannato e messo al bando nel 1616.
Foscarini interpreta bene il pensiero di Galileo? No!
Galileo non vuole far incontrare le due tesi e separa gli ambiti d’analisi, separa la scienza dalla fede. Galileo non vuole un concordiamo, cercato e descritto nel libro di Foscarini.
La situazione degenera e intanto il Bellarmino risponde alla lettera di Galileo.
Il Bellarmino è il più grande esperto della Scrittura e di controversie teologiche di tutto il ‘600. Per lui affermare che il sole stia fermo e la terra giri è  pericoloso! Se si parlasse solo per pura ipotesi matematica andrebbe anche bene, ma sostenere una dimostrazione di queste ipotesi farebbe irritare i filosofi e i teologi. E’ gravissimo rendere false le Sacre Scriture!
 
Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno. lezione 6
post pubblicato in Religione e antropologia, il 21 gennaio 2010


 

Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno

Lezione 6. Roma, 26 ottobre ore 8.30

Galileo è docente a Padova nel 1592. Padova è la seconda città dopo Venezia nella Repubblica di Venezia, ed è importante perché è una città di confine con l’Europa del nord.

Nel 1604 appare una STELLA NOVA e qui sirge una domanda sulla INCORRUTTIBILITA’ DEL CIELO. La stella nova appare e alla fine dello stesso anno scomparirà. In ambito accademico se ne discute tra scienziati di sciola aristotelica e anti-aritotelici sul punto: I CIELI SONO PERFETTI?

Verrà pubblicato il libro Discorso intorno a una nuova stella di Lorenzini e il Cremonini introdusse la tesi che le PARALLASSE riprende il mondo sublunare, inoltre la matematica vale per il mondo terreno e non per il cielo.

Galileo risponde al Cremonini con un nome falso Dialogo di Cecco Ronchitti. Ma esiste la destinzione tra mondo celeste e terreste? L’incorruttibitlità dei cieli?

Solo nel 1734 ci fu la dimostrazione geometrica che le terra gira intorno al sole scoperto dall’inglese J. Brantley.

QUATTROCENTO ANNI FA A PADOVA NEL 1609, GALILEO PUNTAVA IL CANNONE-OCCHIALE VERSO IL CIELO E…

Il cannone occhiale non fu inventato da Galileo ma ne scoprì le potenzialità. L’invenzione fu del 1600 e prodotta nei Paesi Bassi e un commerciante ne portò un esemplare nella Repubblica di Venezia.

Galileo nell’luglio del 1609 andò a trovare Paolo Sarpi( scrisse Istoria del concilio di Trento) e in quel viaggio cercò di ricostruire il cannone-occhiale.

Sarpi affermò che il Tridentino ebbe effetti opposti rispetto a quelli auspicati da quanti ne caldeggiarono la convocazione, fallendo nel tentativo di ricomposizione dello scisma protestante e favorendo una ulteriore centralizzazione della Chiesa cattolica attorno al papato e alla Curia romana, che videro enormemente rafforzato il proprio potere a discapito dell'autorità dei vescovi

Paolo Sarpi per le sue critiche al Concilio di Trento, fu ritenuto eretico e questa amicizia controversa fu usata contro Galileo durante il suo processo.

Il 21 agosto 1609 Galileo sale sul campanile di San Marco per mostrare ad alcuni patrizi veneti gli effetti del cannone-occhiale.

Il 24 agosto Galileo si presenta alla Signoria di Venezia e fa dono ad essa del suo strumento accompagnato da un suo scritto.

Nell’autunno del 1609 Galileo fa ulteriori scoperte, soprattutto sulla LUNA, VIA LATTEA e nelle NEBULOSE. L 13 gennaio 1610 Galileo scopre il QUARTO SATELLITE DI GIOVE MEDICEO.

Il 30 gennaio 1610 fa stampare il SIDERIUS NUNCIUS (Annuncio di nuove stelle).

Nel 1609 l’inglese Thomas Harriot, definì per primo la mappa della Luna, ma Galileo pubblicò per primo la mappatura della Luna.

PERSPICILLI dal latino perspicere. Nello stesso anno 1609 appare lo scritto di Keplero l’Astronomia Nova, con le due prime tesi che sconvolsero le scienze del tempo e anche lo stesso Galileo. La terza legge di Keplero sono del 1618-19. Se Galileo fosse riuscito a capire bene Keplero, avrebbe potuto dimostrare a livello matematico le sue scoperte.

Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno. lezione 4
post pubblicato in Religione e antropologia, il 21 gennaio 2010


Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno

Lezione 4. Roma, 19 ottobre ore 8.30

Il libro di Copernico, come già detto, era dedicato al papa Paolo III, con l’intento di dedicare le critiche verso lo stesso terzo. Copernico ricevette il libro in punto di morte, era colpito da paresi celebrale. Gli fu risparmiato il dolore di vedere tradita la sua opera e la sua intenzione.

L’avviso al lettore di Osiander, ha avuto effetto nel mondo protestante. Le critiche ci furono, ma non ci fu una presa di posizione ufficiale.

MELANTONE fece una critica feroce “all’avviso al lettore” di Osiander. Nel mondo protestante non ci fu una presa di posizione perché: la ragione è che i protestanti non hanno una gerarchia unità come i cattolici e la Chiesa cattolica, né una autorità suprema come il papa.

Nel campo cattolico la situazione è complessa. Ma quale fu la reazione cattolica?

In campo cattolico la storia si fa complessa e occorre risalire ai filosofi arabi alla riscoperta della filosofia aristotelica e la conoscenza dell’Almagesto che la stampa contribuirà alla divulgazione.

Un dilemma emerge: il sistema planetario è fatto di sfere omocentriche oppure eccentrici ed epicicli come vuole la tradizione di Tolomeo?

Già Tommaso(summa teologie) ha il problema , da filosofo, di distinguere un’ipotesi di filosofia naturale(scienza del tempo) che può essere provata con saperi sufficienti e un0ipotesi matematica. Una teoria matematica può non essere verificabile sul piano fisico, come ad esempio San Tommaso sul caso del sistema tolemaico.

Ma che base fisica aveva l’ipotesi di Tolomeo?

Tolomeo aveva fatto un tentativo di risolvere la sua teoria fisica nell’IPOTESI DEI PIANETI. Cosa accade con Copernico? Nel Concilio lateranense V, Leone X annunciò la riforma del calendario, Copernico è invitato allo studio e alla elaborazione di questa “riforma”.

Copernico si rifiutò perché si riteneva non capace e lo ricordava nella stessa pubblicazione De revolutionibus. Il papa Clemente VII ricevette spiegazione del copernicanesimo, mentre Paolo III cercò di condividere la tesi copernicana con i collaboratori più stretti.

Il teologo di papa Paolo III, Giovanni Maria Tolosani una volta letto il libro di Copernico, denunciò gli errori del Copernicanesimo perché contraddiceva con la Scrittura(1549), all’interno di un clima incandescente con la Riforma protestante appena avviata e con il Concilio d Trento iniziato da qualche anno e ancora nel vivo della discussione(1545).

Il copernicanesimo contraddice alcuni asserti chiarissimi delle Sacre Scritture(il sole sorge, il sole tramonta). In tale fermento importante è la figura di GIORDANO BRUNO, il copernicanesimo costituisce un punto importante della filosofia di Giordano Bruno.

Giordano Bruno è la figura di maggior rilievo tra la morte di Copernico(1543) e l’inizio delle scoperte di Galileo e leggi di Keplero(1609).

E’ un personaggio complesso ed equivoco. Entra nei dominicani e va a Ginevra diventando calvinista. Anche li lascia e va a Oxford ma anche li deve scappare accusato di essere spia del papa.

Scappa e va a Venezia come mago a casa di patrizi. Catturato come eretico fu processato e condannato al rogo. Per bruno il mondo è un universo senza fine, anzi si compone di universi mondi, la natura è infinita d è segnata da un infinito dinamismo. La natura è eterna.

Bruno è accusato di panteismo, monismo, diviene un pericoloso eretico. Bruno aveva adottato l’eliocentrismo di Copernico e l’aveva audacemente coniugato con l’atomismo di Lucrezio in un universo infinito ed eterno. Bruno fa un’opera di divulgazione delle sue filosofie e del copernicanesimo, ogni stella è un sole come il nostro e ogni pianeta è un mondo come il nostro. Giordano Bruno è condannato al rogo nel 1613 e l’esecuzione fatta a Campo de’fiori.

La vit di Galileo Galilei. Neasce a Pisa nel 1564 e muore a Firenze nel 1642. Nell’atto di morte Galileo l’anno corrisponde al 1641, in quanto il calcolo dell’anno iniziava fino a due secoli fa con la Pascqua. Galileo ha tutte le caratteristiche comportamntali dei toscani. Il padre Vincenzio era un musicista, musicologo e un mercante. Vincenzio scrisse Dialogo della musica antica e moderna.

Galileo ha un’anima matematica trasmessa dal padre. Il trattato di Vincenzio Galilei fu elogiato anche da Keplero.

Nel 1581 il padre vuole cge Galileo studiasse medicina facendolo iscrivere alla facoltà di medicina di Pisa, rivelandosi una sceltà disastrosa sapendo l’anino di Galileo.

Galileo non conseguì nessun titolo, ma manifesto invece interesse per gli studi di fisica, matematica sotto la guida del matematico Ostilio Ricci.

La tradizione vuole che Galileo, non ventenne, vedendo oscillare la lampada del Duomo di Pisa scoprisse l’ISOCRONISMO DEL PENDOLO. Misurando i battiti del polso, riuscì a calcolare l’iscocronismo.

Nel 1586 abbiamo il primo scritto di Galileo: la BILANCETTA, che calcolò il pesp specifico degli elementi solidi.

Scrive THEOREMA CIRCA CENTRUM GRAVITATIS SOLIDORUM, ponendo qui il problema del centro di gravità dei solidi. Questo libro pone un problema il centro di gravità per i conidi.

Gli studi di Galileo sono anche leterari. Le lezioni che terrà sono circa la figura, il sito, la grandezza dell’Inferno secondo Dante.

L’Inferno è al centro della terra perché nell’immaginario dell’epoca li si associa ai vulcani, cioè il fuoco dei vulcani corrisponde al fuoco degli inferi.

Galileo fa notare che non è un luogo fisico ma un luogo teologico, aprendo anche su questa questione un forte dibattito.

Tale studi mettono in relazione con CHRISTOFER CLAVIUS, gesuita del Collegio romano, matematico e definito l’Euclide del XVI secolo, ebbe un ruolo primario nella riforma del calendario(1582). La prima lettera di Galileo del 1588 e diretta al Clavius e il gesuita gli risponderà, iniziando uno scambio epistolario.

Galileo voleva essere un docente di matematica a Bologna, lo divenne a Pisa nel 1589 fino al 1592,

i suoi corsi sono tratti dalle lezioni del Collegio romano.

Galileo nel 1592 insegna a Padova fino al 1610. Si apre un capitolo importante per la vita della sua famiglia. Qundo inizia l’università muore il padre, e deve impegnarsi per far andare avanti la sua famiglia. Marina Gamba detta la veneziana, fu la donna che accompagnò Galileo ed ebbero insieme tre figli Virginia, Lavinia e Vincenzio.

Perché Galileo non sposò mai questa donna? Quando Galileo divenne il matematico e filosofo del Granduca di Toscana, le due figlie entrano in clausura stretta nel monastero di Firenza (Arcetri, studio di Galileo).

Quando Galileo si ammalò di vista, a causa delle radiazioni solari per gli esperimenti fatti, chiese alla sua prima figlia di assisterlo. La seconda figlia non accettò mai la clausura e morì disperata.

Suor Maria Celeste(Virginia) ebbe un ruolo ondamentale nel processo galileo. Reciterà al posto di Galileo i salmi penitenziali quando questi si ammalò. Suor Maria morì nel 1633 e Galileo né soffri molto. Galileo ha un carattere forte, deciso e come primo filosofo del Granduca di toscana produsse una grande quantità di scritti, che il figlio Vincenzio raccogliera.

Galileo si imporrà internazionalmente e le sue opere vennerò divulgate fuori d’Italia. Il periodo padovano di Galileo sarà fondamentale. L’università di Padova corrisponde all’università di Venezia. Le università in quel tempo venivano istituite fuori dai centri amministrativi e di potere. L’università di Padova sorta nel 1220, è la prima università internazionale qualificata e c’è una discreta libertà di critica.

Galileo entrò in contrasto con il prof. Cesare Cremonini, un astronomo aristotelico, che affermo di credere nella natura e non a Dio. Questa affermazione si venne a sapere e il Cremonini fu convocato al Sant’Ufficio a Roma, ma non fu estradato dalla Repubblica veneziana che era solita a giudicare lei i propri cittadini.

Lo stesso Cremonini si rifiutò di guardare attraverso il cannone-occhiale, quando Galileo chiese ad un gruppo di scienziati padovani di esaminare questo nuovo strumento, motivando che lui aveva con sé la scienza aristotelica e gli bastava (1610).

Altri guardarono dentro questo strano e nuovo strumento, la critica fu che ciò che veniva visto era un effetto prodotto dalla lente e non quello che realmente vedevano.

Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno: lezione 3
post pubblicato in Religione e antropologia, il 19 gennaio 2010


Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno

 
Lezione 3. Roma, 15 ottobre ore 8.30
 
Il SISTEMA COPERNICANO. Una caratteristica del sistema copernicano è la scoperta di errori del sistema Tolemaico. Copernico si accorge degli errori del sistema tolemaico e alcune non sono rimediabili.
Niccolò Copernico è un polacco, un erudito scrittore e matematicamente formulò la sua teoria. Così facendo cercò di rimediare a tutti gli errori di Tolomeo. Mettendo al centro il SOLE le anomalie del sistema tolemaico spariscono. Il punto più chiaro è quando espone la teoria a chi non è astronomo. Nel primo libro di Copernico, fa una descrizione introduttiva e divulgativa(I libro).
Nel secondo libro si rivolge agli astronomi e lo fa formulando tesi matematiche(II, III,IV, e V libro).
Il 15 ottobre 1582 il papa stabilì che dal 2 ottobre si saltasse direttamente al 15 ottobre secondo il calendario gregoriano. Fu chiesto a Copernico di collaborare alla riforma del calendario che era in ritardo di 14 giorni.
La RIVOLUZIONE COPERNICANA inizia dal 1543 corrispondente alla data della sua morte, due giorni prima pubblicò la sua opera. La novità che lui pone, è che il SOLE è al centro del sistema solare, l’idea la riprese da Aristarco di Samo. Le scoperte di Galileo è che Giove ha dei satelliti ce gli girano a torno e ne scoprirà quattro.
Il titolo del libro di Copernico è “Nicolai Copernicito, rinbnsis de revolutioni – bus orbium coeleftium – e viene pubblicato nel 1543 a Norimberga.
La rivoluzione copernicana non consiste in un perfezionamento dei metodi all’astronomia, né in una scoperta di nuovi dati, ma nella costruzione di una cosmologia nuova, fondata sui dati stessi forniti dall’astronomia tolemaica.
Ripercorrendo la teoria di Aristarco, Copernico fu il divulgatore delle teoria eliocentrica.
Copernico discuteva anche della questione delle parallasse stellare. La velocità del sole e il calcolo dei moti planetari sono due anomalie del sistema copernicano. Andrea Osiander, un protestante, pubblicò il libro di Copernico nel 1543 si occupò di pubblicare                              "De revolutionibus orbium coelestium" di Nicolò Copernico. Per quest'opera, scrisse di sua iniziativa una prefazione anonima che spiega che il sistema eliocentrico non doveva essere inteso come descrizione dell'Universo com'è effettivamente, ma era soltanto uno strumento matematico per chiarire e semplificare i calcoli che hanno a che fare con il movimento dei pianeti (tesi questa che difese nel 1616 il cardinale Roberto Bellarmino contro Galileo). Fu Keplero a rivelare il secolo successivo che l'autore della prefazione non era Copernico ma il teologo riformato
Lutero criticò Copercnico e Osiander. Il libro era dedicato al papa Paolo III e fu dato a Giovanni Maria Tolosani che in appendice al trattato nel 1546 scrisse il manoscritto “De coelo supremo immobili et terra infima stabili, ceterisque coelis et elementis intermediis mobilibus”. Fu questa la prima reazione della Chiesa di Roma al “De Revolutionibus”, uno scritto anonimo di qualche anno prima che, ponendo l’accento su una controversia religiosa, spiegava, con riscontri matematici, il movimento dei pianeti e degli altri corpi celesti sposando la tesi del sistema geocentrico rispetto a quello eliocentrico, pur avvertendo il lettore che questa era solo una teoria che, comunque, spiegava compiutamente i movimenti celesti.
Il libro fu poi visionato da Bartolomeo Spina, teologo ufficiale di papa PaoloIII, e insime al Tolosani fecero questa affermazione: il copernicanesimo contraddice alcuni asserti chiarissimi della Sacra Scrittura.
Storia del cristianesimo e del mondo moderno: lezione 2
post pubblicato in Religione e antropologia, il 18 gennaio 2010


Storia del cristianesimo e del mondo moderno

Lezione 2. Roma, martedì 13 ottobre ore 8.30
           
            Un’altra caratteristica dell’età moderna è la BUSSOLA utile per la navigazione. Avviene in età moderna la SVOLTA CULTURALE. Si moltiplicano le università. Nel 1300 viene istituita La Sapienza, l’universitàdi Roma però sarà ubicata a Bologna, solo in un secondo momento Studium urbis sarà La Sapienza.
Con l’UNIVERSITA’ accadono varie cose la più importante è che avviene una vera e propria trasformazione del SAPERE. La caratteristica del sapere medievale è la sintesi. La scienza ha una sua completezza in sé : la summa. Nel mondo moderno la summa perde la sua importanza, il sapere moderno è l’approfondimento, l’analisi. Quindi c’è un mondo nuovo da studiare e approfondire.
La scienza si dive in campi scientifici: matematica, fisica, geometria, diritto.
Nasce nel medioevo il VOLGARE e con esse nel mondo moderno gli STATI NAZIONALI. Il latino perde la sua qualifica di linguaggio europeo. Dal 1521, esempio, Lutero scriverà solo in tedesco e le liturgie protestanti verranno date in Germania in lingua tedesca.
Già alla fine del ‘400 un professore francese scriverà un trattato di fisica in lingua francese, dimostrazione che anche gli eruditi, avevano lasciato la lingua latina per divulgare cultura e scienza.
L’università per eccellenza era la teologia. Ogni materia era un passo per arrivare alla scienza perfetta che era la scienza per spiegare Dio e la sua Parola e cioè la teologia.
Dal 1550 i professori divennero laici e anche chi dirige l’università potrà essere un laico, questo fatto rispetto al medioevo sancisce uno spartiacque epocale.
La FAMIGLIA nel medioevo è patriarcale. Le proprietà non venivano divise. Alla fine del ‘400 i conventi e i monasteri erano pieni di secondi geniti.
Nell’età moderna inizia la famiglia nucleare, composta da marito e moglie. La donna inizia ad essere asse ereditario, abbiamo qui i primi procedimenti per l’eredità alle donne, ovviamente appartenenti a famiglie nobili.
L’EDUCAZIONE è ad appannaggio dei ricchi, nel medioevo,. Nel mondo moderno iniziano le scuole dei bambini. Sorge a Roma il Collegio Romano dei gesuiti, che senza pagare nulla operava per l’educazione dei bambini delle famiglie più deboli.
Nel Collegio Romano dei gesuiti nasce lo studio del teatro e della musica. Si studiava la tragedia greca e poi rappresentarla in opere teatrali, si praticava ciò che si studiava. Tutto questo è sorto tra il ‘400 e il ‘500.
Nasce il problema del RUOLO DELLA DONNA, ovvio sempre famiglie potenti come Vittoria, Colonna che fu una grande teologa.
Nel mondo culturale ebbe un grande sviluppo l’ARTE PITTORICA. Prima di Giotto abbiamo l’arte medievale che ha una caratteristica. Nella chiesa di San Vitale di Ravenna i volti dei mosaici sono tutti uguali. La caratteristica pittorica medievale è che non mette in risalto la persona, ma il ruolo della persona.
Con Giotto accadono più cose nuove in campo pittorico. I volti sono diversi. Inizia ad essere elaborata da Giotto la PROSPETTIVA, una figura quindi ha il suo spazio vitale ha una sua storia.
Il volto esprime la vita, il dramma, la gioia, i sentimenti di una persona e ogni storia personale è diversa da un’altra. Il volto esprime il mistero e la storia originale e diversa di ogni persona. Con Giotto(1300) inizia un percorso che esploderà nel 1500, nel Rinascimento.
L’arte medievale è al servizio della Chiesa, nel mondo moderno è un valore, è una scienza a sé.
Nel ‘500 la pittura e la scultura, l’Incompiuto di Michelangelo esprime il MISTERO D’ OGNI PERSONA.  Molte opere di Michelangelo sono incompiute "apposta", cioè lasciate da lui stesso incomplete per creare maggiore intensità alla visione dell'opera, quasi lasciando all'osservatore di immaginarsi la statua completa..
 
 
 
 
 
Quale è il centro del mondo medievale e moderno?
Pico della Mirandola scrive “De Hominis dignitate oratio” nel 1486, questo teso in epoca medievale non poteva essere scritto. Nel 1486 L’autore scrive che l’uomo è una meraviglia è libero, può studiare, può capire il mondo. Emerge la DIGNITA’ dell’uomo, il valore dell’uomo, l’uomo che è in costante ricerca e in analisi di ciò che lo circonda. L’uomo come persona e individuo è una meraviglia. Il centro della terra è l’uomo ed un fattore nuovo è la COSCIENZA.
Lutero nel 1521 usa per difendersi alla Dieta di Worms la parola coscienza, “la mia coscienza mi lega”. Nel 1596 Cesare Cremonini, durante una sua lezione all’università di Padova disse “io credo nella natura, ma non credo a Dio”. L’ultimo aristotelico del Rinascimento, fu anche il primo moderno a denunciare il non credere a Dio.
Ci sono altre componenti dell’era moderna. Avviene il processo di distinzione fra i vari ambiti dell’agire umano. La scienza inizia a dividersi e a fare materia a sé. Con galileo Galilei inizia l’autonomia del metodo scientifica, non si può da un campo andare da un altro campo.
Finisce la matematica euclidea e inizia la matematica moderna.
La scienza nuova è L’ASTRONOMIA. Galileo con il cannone-occhiale inizia le prime scoperte astronomiche, che mettono in discussione il sistema tolemaico.
Iniziano le prime crisi economiche sfociate in rivolte popolari, come quella dei Ciampi(Firenze), Jocquarie(Francia) e dei Lollardi (Inghilterra).
Iniziano inoltre tra il XII e il XIV secolo le prime fiammate eretiche: fra dolcino, fraticelli, beghini e beghine, in Olanda e Germania.
Queste erano comunità di religiosi radicali che vivevano insieme per aiutarsi a vicenda. Le beghine esempio, erano mogli dei soldati partiti per le crociate, vivevano in comunità per aiutarsi e si vestivano di colore beige e iniziarono a leggere le Scritture e le critiche alle strutture ecclesiastiche.
Le beghine lavoravano per vivere come amanuensi, mangiavano la sera e dopo la cena andavano a fare carità a chi ne aveva bisogno.
MARSILIO DA PADOVA e il suo testo più importante Defenser Pacis(1324) è il più grande scandalo del Medioevo. E’ il Principe il difensore della pace. Marsilio fa un’analisi partendo dalla figura e dal ruolo del papa ponendosi delle domande. Il papa chi lo elegge? Risposta, i cardinali e sostenendo che i cardinali sono uomini come il resto degli uomini. Quindi il popolo deve essere elettore del suo Principe come i cardinali(molti erano laici nel tardomedioevo) eleggono il papa. Il popolo elegge il principe e se non va bene il popolo lo sovverte.
 
 
 
Il caso Galileo: lezione 2
post pubblicato in Religione e antropologia, il 16 gennaio 2010


 

Il caso Galileo: il conflitto tra scienza e chiesa nel mondo Moderno
 
Lezione 2. Roma, 5 ottobre ore 8.30
 
 
I “sistemi per capire il cosmo”, questo è il problema e il tema che impatta la società del tempo. Il sistema ARISTOTELICO-TOLEMAICO è quello che più ha influenzato la scienza antica, avendo secoli di studio ed elaborazione, da Aristotele a Copernico.
Per Aristotele(130 d.C.) il mondo ha due parti: corpi celesti e corpi sublimi fatti di quattro elementi(terra, acqua, aria e fuoco moti naturali)..
I corpi celesti sono composti da etere,sostanza impalpabile pesante che non è corruttibile quindi è perfetta. Questi corpi, i pianeti, hanno un moto circolare e sono corpi perfetti, incorruttibili. Queste affermazioni sono verificate con l’esperienza.
            Come avvengono i mutamenti celesti? Gli antichi partono dallo studio delle ‘stelle nove’. Esse sono nuove stelle che appaiono nel cielo, Galileo ne scoprirà una che scomparirà mesi dopo.
            I mutamenti celesti,nuvole, comete, fulmini,grandine,etc. sono per Aristotele ‘cambiamenti climatici’.
L’astronomia di Aristotele nasce per risponde ai quesiti lasciati dal sistema astronomico delle sfere concentriche lasciate dal matematico greco Eudosso(409-365 a.C.). Per Eudosso infatti la Terra è al centro di con complesso sistema di sfere. Su quella esterna ci sono incastonate le stelle fisse, questa sfera a sua volta trascina da est a ovest lungo l’asse celeste i sottostante sette pianeti. Il moto di questi pianeti è irregolare, con stasi e retrogressioni, rispetto al moto diretto da est a ovest. Questi moti irregolari, secondo Eudosso, sono dovuti a moti circolari di un insieme di sfere concentriche. Di questo sistema Aristotele cercò di darne una spiegazione inquadrandolo in uno schema matematico.
Secono Aristotele, il luogo naturale dell’elemento terra è situato al centro dell’universo. Esso è circondato da acqua, a sua volta, dall’aria e dal fuoco.
Questi elementi se allontanati dal loro luogo naturale tendono a ritornarvi, con un moto naturale, rettilineo, gli elementi pesanti dall’alto verso basso e viceversa gli elementi leggeri.
L’universo aristotelico è finito e delimitato dalla sfera delle stelle fisse esistente da tutta l’eternità. Ma anche se non l’ha creato, Dio è la sorgente ultima del dinamismo cosmico. Tutti i movimenti degli enti finiti e imperfetti hanno, infatti, come ultima causa il,desiderio di unirsi a Dio come essere perfetto e sommo bene.
In questo sistema la centralità e l’immobilità della Terra nell’universo finito erano la conseguenza della “teoria della pesantezza” dell’elemento terra e del suo moto naturale rettilineo verso il basso, cioè verso il proprio naturale. Queste affermazioni sono verificate con l’esperienza.
 
Il sistema di Tolomeo sotiene che tutto si muove per una causa, con un motore e tutto ha una causa finale(un fine o fine naturale). Le”cause” nella filosofia arisotelica sono prodotte da un “motore iniziale immobile(Dio)”.  Tolomeo era un astronomo egiziano e la sua opera che ci è rimasta è l’Almagesto.  Il sistema “geocentrico tolemaico” considerava la Terra immutabile e piccolissima rispetto all’universo e occupava in esso la posizione centrale. La filosofia tolemaica si impone nella cultura e nella società antica.
            La sintassi di Almagesto è derivante dal greco Μεγ?στη e successivamente dall’arabo         al-Magis?i, il titolo originale greco era Mathematiké sýntaxis ("Trattato matematico") o Megále sýntaxis ("Grande trattato").
Le caratteristiche del sistema tolemaico è quello di avere trasportato la formulazione matematica della sua astronomia: in altre parole l’esperienza tolemaica ha successo grazie alla forzatura che viene effettuata matematicamente, grazie alla fisica.
Aristarco di Samo produrrà una TEORIA CONTRARIA a quella di Tolomeo: il sole al centro dell’universo.
L’altra opera di Tolomeo è l’IPOTESI DEI PIANETI. Il mondo antico è colpito dagli eventi che si ripetono regolarmente e segnano così il tempo.
Il sistema tolemaico ha delle anomalie: MOTO ECCENTRICO SEMPLICE, rispetto alla terra il centro è un altro.
RETROCESSIONE DI MARTE. Il pianeta Marte, il primo maggio, anziché di proseguire nella circonferenza, RETROCEDE, PER POI RIPRENDERE IL PRIMO SETTEMBRE. OGGI SAPPIAMO CHE Marte, viene coperto dalla costellazione del leone e da quella del cancro, per poi riapparire a settembre.
Quindi già nel sistema tolemaico venivano notate delle anomalie, il SOLE e MARTE. Il sistema copernicano risolverà e darà una spiegazione a questi quesiti non risolti.
Le SFERE OMOCENTRICHE. La prima sfera è la Luna, seguita da Mercurio e Venere. Dopo il Sole, Marte, Giove e Saturno, vi è la sfera delle stelle fisse, riunite in quarantotto costellazioni.
Il sistema Tolemaico ha per centro la terra e tutti gli altri corpi girano intorno ad essa.
I sistemi moderni sono: COPERNICANO(1543) e quello di TYCHO BRAHE(1600).
Copernico da una descrizione matematica del sistema solare.
Il sistema di Tycho Brache. Tycho Brache è uno studioso danese e un allievo di Keplero.
Keplero è un grande matematico, benché senza cannocchiale il calcolo di Keplero era estremamente esatto; Galileo non riuscirà a capire le prime due leggi di Keplero.
Keplero è un protestante tedesco e non scrive bene in lingua latina, e il fatto che con la tesi che le ORBITE SONO ELLITTICHE, contraddicendo la circolarità delle stesse di Aristotele non fa penetrare a sufficienza i sui studi nel mondo scientifico latino. Questo fa si che Galileo non percepisse bene queste prime due leggi di Keplero.
Tycho Brache sostiene che: tutti i pianeti girano intorno al sole, ma quest’ultimo gira a sua volta intorno alla terra. Quindi il centro rimane comunque la terra con il Sole che gli gira intorno.
Galileo fece presente che Copernico, era un canonico e un uomo di chiesa e le leggi fatte non potevano contraddire la chiesa.
Dal 1616 il sistema di Tycho brache, dopo il primo processo di Galileo, ha grande successo a Roma e diventa il sistema antagonista del copernicanesimo.
Nel 1440 bisogna sempre tenere presente che la base delle teorie astronomiche erano fondate sull’ALMAGESTO.
Aristarco di Sarco. È il primo studioso, 230 a. C., di astronomia che formula la teoria eliocentrica. La sua opera è perduta ma la testimonianza di Archimede è fondamentale.
Lo studio della Luna gli fa ipotizzare e poi dimostrare che la terra gira intorno al sole, con lo studio dell’Eclissi. Perché Aristarco non ebbe successo tra gli studiosi?
La teoria di Aristarco non riesce ad avere successo perché non rispecchiava alcune caratteristiche: l’esperienza, la teroira, la parallasse. Nella cultura antica e medievale, tutte le cose terrene hanno un moto rettilineo, o verso il cielo o verso la terra. Quindi la teoria ci pone in difficoltà nel sistema eliocentrico.
La parallasse stellare è importante perché la dimostrazione di essa è la prova che i pianeti girano intorno al sole. La teoria fu dimostrata nel ‘700 dall’inglese Bratley, anche Galileo non riuscì e fu questo anche uno dei motivi della sua condanna.
Come conciliare la GENESI e l’ASTRONOMIA?
La Bibbia, la genesi 2000 anni prima di Cristo, riferisce qualche cosa che gli ebrei immaginavano sul loro futuro. Il FIRMAMENTO è la porta ferma dove sono attaccate le stelle e ha dei depositi: di neve, grandine, pioggia e venti.
Il cielo si regge dai PILASTRI.stotto il cielo c’è la TERRA ed è circondata dalle ACQUE del mare e da sottomaree. L’INFERNO ha dei sui propri fiumi.
L’incontro con il cristianesimo. Con Agostino(+430) si fonderà, come dice Galileo, il copernicanesimo. Per Agostino il Vangelo non insegna l’astronomia e Cristo ci fa cristiani non matematici. Gli scrittori sacri non intendono istruirci sulla forma dei cieli in quanto queste informazioni non servono alla salvezza dei cieli. Nel De Genesi ad litteram di s. Agostino circa l’intento dello Spirito Santo nell’ispirare la Bibbia: «Spiritus Dei noluisse ista docere homines nulli saluti profutura»: lo Spirito di Dio non volle insegnare agli uomini cose che nulla avrebbero giovato alla salvezza.
            Se una scoperta scientifica contraddice la Bibbia, bisogna verificare se abbiamo capito la stessa Bibbia. Viene fuori il problema dell’interpretazione della Bibbia. Nel caso di una inconciliabilità, per Agostino, il fedele deve dare credito ai dettami della Bibbia. Galileo riprende la dottrina di Agostino nella lettera a Cristina di Lorena.
Scrittura e Natura vengono da Dio ma con linguaggi diversi. La Scrittura si deve adattare alle capacità comprensione dell’uomo. La Natura invece è inesorabile e immutabile. Il linguaggio della natura è la matematica. La descrizione matematica del cielo è la fisica.
Galileo, sempre nella lettera a Cristina di Lorena, sostenne che la Bibbia insegna come si vadia in cielo e non come vadia il cielo, riportando una affermazione del cardinale Cesare Baronio.
La Bibbia va interpretata letteralmente ma non materialmente: il caso emblematico IL SOLE SI FERMO’(Gs 10,12). Interpretazione letteraria coincide che il giorno fu più lungo, per far vincere gli ebrei la battaglia contro gli amorrei (popolazione nomade antenata dei babilonesi).
Interpretazione materiale è che il sole si blocca si ferma fisicamente. Anche una teoria matematica può non essere verificabile sul piano fisico ma essere vera: esempio le parallele. Per questo il punto di analisi fu l’interpretazione materiale di Giosuè.
 
IL CASO GALILEO: il metodo scientifico e la Bibbia
post pubblicato in Religione e antropologia, il 16 gennaio 2010


IL CASO GALILEO: il metodo scientifico e la Bibbia(Giancarlo Pani)

a cura di Serena Mennuti
 
 
Ratzinger - Galileo alla Sapienza
 
Presentazione
Il vecchio cannone-occhiale dell’osservatorio nel Collegio Romano che aveva aperto nuovi orizzonti di conoscenze pare sia stato dimenticato, occultato dall’insipienza culturale e politica.
Il 17 gennaio 2008 Benedetto XVI aveva accettato l’invito presso l’Università di Roma. Così in
occasione dell‘inaugurazione dell’Anno Accademico si sarebbero incontrati il Sindaco candidato premier ed il Vescovo di Roma.
Il Papa accolse volentieri l’invito e preparò un discorso per l’occasione: una ‘lezione’ circa la ‘ragione etica’ che deve essere legata ‘ all’autorità della verità ‘. Dall’altra parte alcuni docenti si mobilitarono  in nome della laicità della scienza e della cultura dell’ Ateneo .
La situazione si fece critica; parte degli studenti risposero con un ‘No Vat’.
Benedetto XVI decise di soprassedere.
Due anni fa’ , grazie alla collaborazione di docenti e teologi della Sapienza si riaprì il dibattito su Galileo ; grande contributo viene dato da Giancarlo Pani, gesuita, docente di Storia del Cristianesimo presso la Sapienza. Si affronta qui il caso Ratzinger – Galileo ; ci si affaccia di nuovo
sullo scontro tra ricerca scientifica e ricerca religiosa, tematiche che sfociano anche ad un livello sociale e politico.
 
Quando Ratzinger difese Galileo alla Sapienza (Giorgio Israel)
 
Sorprende il fatto che in un luogo aperto ad ogni tipo di intervento come l’ università sia stata ‘interdetta’ la possibilità di tenere un discorso al Papa. Secondo Marcello Cini ( che scrisse una lettera di condanna all’invito al Papa da parte del Rettore Guarini ) risulterebbe alquanto ‘pericoloso’ riaprire un dibattito tra fede e religione in cui Benedetto XVI tenterebbe soltanto di rimettere la scienza ai dogmi della religione. Quindi l’opposizione sarebbe di carattere ideologico ed ha come bersaglio il Papa che osa parlare dei rapporti tra scienza e fede e gli si rimprovera ,in particolare, la frase “all’epoca di Galileo la Chiesa rimase più fedele alla ragione dello stesso Galileo,il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto”. Il discorso andava interpretato nei termini però della crisi di fiducia nella scienza in sé ; nel ‘700 Galileo è emblema dell’ oscurantismo medievale della Chiesa, nel ‘900 si sottolinea il fatto che egli non diede prove certe sul sistema eliocentrico. Il discorso ,quindi , potrebbe essere interpretato come una difesa della razionalità galileiana contro lo scetticismo della cultura postmoderna .
Concretizzando, quindi, una parte della cultura laica pare voglia soltanto demonizzare e confrontarsi .
 
LA CRISI DELLA FIDUCIA NELLA SCIENZA
 
Negli ultimi anni si evidenzia un mutamento del clima intellettuale verso i limiti della scienza che si riscontra anche nell’ atteggiamento di valutazione del caso Galileo. Nel XVIII secolo col mito dell’illuminismo Galileo è la vittima dell’oscurantismo della Chiesa. Inquisizione è nemica di libertà e conoscenza, Galilei è simbolo di progresso e liberazione dalle catene dell’ignoranza.
Tra i primi oppositori al mito di Galileo fu Ernst Bloch (marxismo romantico) secondo il quale sistema eliocentrico e geocentrico non sono dimostrabili. Egli sostiene la presenza di uno spazio in sé tranquillo cancellato poi dalla teoria della relatività. Il movimento relativo dei corpi dipende solo dalla scelta dei corpi stessi e comunque afferma che un sistema di riferimento umano e cristiano non ha diritto ad immischiarsi con i calcoli astronomici ma solo di ordinare il mondo intorno alla terra.
Paul Feyerabend fu il filosofo che affermo “Al tempo di Galilei la Chiesa si mantenne più fedele alla ragione di Galilei stesso….). F. Von Weizsacker e F. Hartl affermano una “via direttissima” che condurrebbe Galileo alla bomba atomica.
 
Il caso Galileo: il metodo scientifico e la Bibbia
 
La Provocazione del Bellarmino
 
Nell’ aprile del 1615 il cardinale Roberto Bellarmino , gesuita e teologo del Sant’Uffizio scrisse una lettera al padre Paolo Antonio Foscarini , amico di Galileo, che aveva difeso in un opuscolo il copernicanesimo . Il Bellarmino si riferiva alle scoperte astronomiche di Galileo grazie alle quali il sistema copernicano risultava più verisimile alla spiegazione dei fenomeni celesti. Si poneva in evidenza il problema di una concordanza delle nuove scoperte cosmiche con la Bibbia . Il discorso si basava sull’unicità della verità. Il Foscarini stesso era interessato a conoscere il parere del Bellarmino che però nella lettera non nasconde il tono provocatorio secondo il quale c’era bisogno di dare delle prove dimostrative osservabili da tutti.
Anche il padre Grienberger ,astronomo gesuita , aveva invitato lo stesso a produrre prove del copernicanesimo e lo esortava ad affrontare il problema dell’interpretazione della Scrittura che non poteva opporsi a quella tradizionale data dai Padri.
 
 
L’impegno di Galileo per il copernicanesimo
 
Galileo stava rivoluzionando la fisica e l’astronomia.
A 19 anni aveva dimostrato l’isocronismo del pendolo, aveva inventato la bilancetta idrostatica per calcolare il peso specifico degli elementi. Nel 1609 costruì il nuovo “cannone-occhiale”per osservare il cielo. Scoprì che la luna è montagnosa, studiò la Via Lattea, i satelliti di Giove.
Divenne matematico presso il granduca di Toscana . Nel 1610 osservò Saturno, scoprì le “fasi di Venere” ed iniziò a studiare le macchie solari. Nel 1611 lo accolsero i professori del Collegio Romano dove si recò per diffondere le nuove scoperte e dove incontrò lo stesso Bellarmino.
Il primo quesito di Bellarmino fu in merito alle stelle non visibili ad occhio nudo che metteva in discussione l’esperienza sensibile dell’uomo , punto fondamentale dell’epistemologia aristotelica.
Il cielo che come da opinione comune era incorruttibile ed immutabile fatto di etere diverso dalla Terra era lo stesso che si trovava sulla Luna .Le stelle che fino ad allora erano fisse si rivelavano innumerevoli.
 
Il copernicanesimo e Bellarmino
 
La lettera del Bellarmino si divide in 3 parti.
La prima parte si basa sul fatto che se il parlare di Galileo è soltanto ex suppositione ovvero su pura ipotesi matematica allora non rappresenta alcun problema, se invece Galileo considera il copernicanesimo una verità assoluta allora si corre il rischio di procedere contro la corretta interpretazione della Bibbia.
La seconda parte è il problema dell’esegesi della Scrittura per la quale Bellarmino dedicò tutta la sua vita nelle controversie con i protestanti. Egli aveva acquisito una certa rigidità verso tutto ciò che poteva minacciare la fede o l’unità della Chiesa. Inoltre il Concilio di Trento aveva proibito di esporre le Scritture contro il comune senso dei Padri che nessuno poteva mettere in discussione .
Comunque in questo caso non c’era pertinenza ; il Bellarmino distinse l’ex parte obiecti dall’ ex parte dicentis cioè lo Spirito Santo che in questo caso non veniva contraddetto.
La terza parte della lettera è quella della richiesta della prova del copernicanesimo perché nel caso in cui ci fosse una dimostrazione vera allora bisognerà spiegare le Scritture che si oppongono a tali verità. Il Bellarmino si basa sul principio aristotelico secondo il quale una verità che è stata provata non può essere contraddetta da un’altra affermazione. Bellarmino è scettico sul fatto che si possa dimostrare che il sole stia al centro del cosmo e la terra le giri intorno, scettico a tal punto che ipotizza che quelle di Galileo possano essere illusioni ottiche. (esempio Salomone).
Le argomentazioni di Bellarmino hanno 2 punti deboli :il consenso unanime dei Padri della Chiesa ,Galileo si difenderà con la lettera a Cristina dove evidenzierà che la testimonianza degli scrittori ecclesiastici non è così concorde ; l’altro è che il Concilio di Trento affermava che il del consenso dei Padri riguardava solo fede e costumi non i fenomeni naturali.
 
 
Il paradosso del Bellarmino
 
Il problema del Bellarmino era la preoccupazione circa l’interpretazione ad litteram della Bibbia decretato dal Concilio di Trento . Ecco il paradosso: la questione copernicana veniva incontro a tale problema; Bellarmino pensava che se un giorno la tesi copernicana fosse stata dimostrata per vera una lettura materiale della Bibbia che parla del movimento del sole avrebbe dovuto essere esclusa.
Il Bellarmino ribadisce l’esempio della nave che si allontana dal litorale e quindi la possibile illusione che sia il litorale a muoversi quindi un’affermazione galileiana risulterebbe inverificabile se non si adotta un sistema di riferimento.
C’è chi elogia il Bellarmino mettendo in rilievo la mentalità scientifica che avrebbe dato una lezione a Galileo, altri per questo lo considerarono un oscurantista.
In realtà fu la prova inconfutabile di quanto egli tenesse a cuore l’interpretazione delle Scritture.
 
La risposta di Galileo
 
Galileo rispose in parte indirettamente con note personali ora raccolte nelle sue Opere, in parte con la lettera alla granduchessa Cristina di Lorena databile al 1616.
Galileo comincia ad argomentare circa la Sacra Scrittura che è parola di Dio e che mai può mentire od errate e ne conferma l’assoluta verità. Afferma però che non sempre essa è chiara e di facile interpretazione quindi pone una riserva verso coloro che la interpretano , in sostanza pone in evidenza la stessa preoccupazione del Bellarmino circa l’evitare una interpretazione materiale.
Galileo introduce poi il discorso sulla finalità della Scrittura e cioè l’insegnamento della verità e la salvezza , non le verità naturali. Dio ha dato i sensi e l’intelligenza per indagare cioè che Egli ha scritto; Galileo cita Agostino che afferma che nella Scrittura non si insegna agli uomini la realtà che costituiscono la forma e la composizione del cielo perché non attinenti alla salvezza dell’anima.
Inoltre afferma un terzo principio secondo cui lo Spirito Santo parla al popolo con un linguaggio semplice circa le verità naturali , si adegua alle capacità del volgo per non ostacolare le finalità della Scrittura.
Il primo principio che tocca è che nelle dispute sui problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalle autorità di luoghi delle Scritture ma dalle sensate esperienze quindi la Bibbia non può spiegare una verità dimostrata dalla scienza , da una parte la Scrittura ha il linguaggio della gente, dall’altra c’è il linguaggio della natura (la matematica) che non si adegua e non dipende dagli uomini.
Galileo trattò anche il discorso delle argomentazioni filosofiche ; scrisse che i filosofi (aristotelici in questo caso) non dovevano irritarsi ma ringraziare chi gli mostrava la verità; si rivolse poi ai teologi affermando che la Bibbia non deve essere adottata in campi che non le competono. Egli introduceva l’autonomia del metodo scientifico, non proponeva di sostituire la nuova scienza alla teologia ma la limitava ad agire solo nel suo campo. Secondo Galileo comunque sia Scrittura che natura provengono da Dio quindi di fronte ad un contrasto bisogna esplorare possibilità di interpretazione più congrua.
Galileo introduce un nuovo metodo scientifico, quello che porta all’utilizzo di strumenti (vedi il cannocchiale) che potenziano la capacità di apprendimento.
 
 
 
 
Il problema della <<vera demonstratione>>
 
Il vero problema fu la dimostrazione del copernicanesimo.
Galileo avrebbe potuto darne mille di prove tramite le fasi di Venere e Mercurio, i satelliti di Giove ,esisteva inoltre il sistema del danese Tycho Brahe che fece delle osservazioni basate sulle tre leggi di Keplero. 
Galileo avvertì l’esigenza di dare una nuova risposta : una “vera demonstratione”. In realtà egli non la diede , anche la teoria delle maree si rivelò fallace.
Oggi a posteriori ci si domanda il perché egli non abbia sfruttato la conoscenza delle tre leggi di Keplero di cui possedeva il libro Astronomia Nova ma che forse Galileo non aveva ancora letto.
In verità Galileo non si era preoccupato di mantenere un legame col filosofo tedesco, inoltre , questi era protestante e quindi da evitare in un clima di controriforma. Anche il Platonismo di Keplero era
un discorso che li allontanava , il platonismo è più libero e meno sistematico circa la realtà naturale.
 
 
Uno sguardo ai due processi
 
Il primo processo è del 1616 dove Galileo fu tirato in campo biblico , egli rimase fermo sulla posizione che la Bibbia non può contenere errori ma chi la interpreta può cader in errore .Al processo viene condannato il libro di Copernico De revolutionibus orbium coelestium che per 80 anni era stato approvato dalla Chiesa.
Il secondo processo è del 1932 relativo al Dialogo sopra i due Massimi Sistemi, vengono condannati opera e autore. Galileo si vide sempre come scienziato con la missione che lo coinvolge come credente e come studioso ne parla Annibale Fantoni Galileo . Per il Copernicanesimo e per la Chiesa .
 
Conclusione
 
Le condanne furono due: la prima al copernicanesimo, la seconda a Galileo. Non furono casuali e portarono al rifiuto totale di quanto lo studioso avrebbe voluto proporre. D’ora in poi si affermerà l’esegesi <<concordista>> cioè la tendenza ad affermare che la Bibbia è vera anche da un punto di vista scientifico. Nel 1633 termina il processo a Galileo ma inizia il <<caso>> :disputa tra autonomia della scienza e verità della Scrittura.
Storia del cristianesimo e del mondo moderno
post pubblicato in Attualità e storia, il 11 gennaio 2010


Storia del cristianesimo. Modulo A prof. G. Pani

Storia del cristianesimo e del mondo moderno
 
Lezione 1. Roma, martedì 6 ottobre ore 8.30
 
Che cosa si intende per Riforma? La Riforma non è solo la riforma protestante. C’era già un retroterra culturale(umanesimo) che cercava di rinnovare tutta la società, riformare in capo e in membro secondo Durando.
Il rinnovamento segue la fine del Medioevo iniziando con l’umanesimo e il rinascimento in Italia. Tutta la cultura dell’umanesimo e delle antichità è stata trasmessa dai monaci, che trascrivevano le opere dello sviluppo del pensiero dell’uomo, sia della cultura religiosa sia quella classica pagana -laica. E’ quindi il Medioevo che genera il mondo moderno e la Chiesa moderna nasce a Roma nel 1500 e la sua sede era Palazzo Venezia, papa Sisto V costruirà la planimetria di Roma, che in parte è ancora visibile e attuale.
 
La lunga età della Riforma parte nel ‘400, passa per Lutero e si trascina fino ad oggi e trasformò la vita sociale, politica e religiosa di un intero continente. Dal 1500 il simbolo di Roma diventerà La Lupa, regalata dal Papa al suo ritorno in città dopo la permanenza ad Avignone.
 
L’avvio di questa storia inizia nel 1348 fino al 1720, data della Grande Peste, che colpì un terzo della popolazione europea. Si cercò il capro espiatorio di questa grave epidemia, negli ambienti antisemiti è degli ebrei, nella mondo cristiano la colpa è della degenerazione morale della curia e del papa. La peste è un batterio che vive nella pelle del topo, si trasmette con la pulce e inizia a venire in Europa da sul Itali, porto di Messina, portato dai mercanti del Medio Oriente.
Nella società europea nasce una domanda , perché la peste, cosi ci si è meritato per questa disgrazia? Nel 1720 la peste cessa il fenomeno di pandemia e la causa è ancora ignota.
Una ipotesi è che potrebbe influire la crescita dell’igiene personale e la cura della persona, oppure l’ipotesi del topo norvegese che sconfigge il topo nero, portatore della peste.
Con l’epidemia della peste, cresce la spinta al rinnovamento spirituale, religioso, politico e sociale, in particolare avverranno in campo religioso la Riforma protestante, calvinista e quella anglicana. Inoltre anche nel mondo cattolico, con l’avvio del Concilio di Trento inizia la Riforma cattolica o Controriforma.
 
Il concetto di moderno.  Inizia con CASSIODORO (Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, Squillace, 490 circa – Monastero di Vivario, 583 circa) il termine moderno (modernus, modohora) per identificare “ciò che è accaduto da poco”.
Cassiodoro ha utilizzato il termine moderno, rivolgendosi al mondo dei barbari, e cioè se i barbari riuscissero ad apprezzare e integrare la storia e la cultura romana.
Il mondo moderno ha delle caratteristiche assolutamente nuove rispetto al Medioevo. Una caratteristica è la SCOPERTA DELL’AMERICA E DELLE NUOVE ROTTE, la storia assume una dimensione nuova. L’Occidente e l’Europa non sono più il centro del mondo.
La STAMPA è un’altra caratteristica del mondo moderno. La scrittura prende una nuova forma, diventa di uso comune. La stampa è la figlia, della cinese xilografia. Per la cultura dell’epoca la “stampa fa miracoli”, un’ora di stampa è tutto ciò che un amanuense produce in una intera vita. L’invenzione della stampa avviene a Magonza nel 1455 ad opera di Guttemberg. Il primo libro stampato è la Bibbia. Si diffondono così i libri e anche il loro prezzo di acquisto diminuisce, rendendo accessibile la cultura ad un numero più vasto di persone, per questo divento l’ars propedivinia.
La POLVERE DA SPARO scoperta dai cinesi per i fuochi artificiali, viene portata in Europa dai mercanti. Ne viene fatto un utilizzo bellico e vengono quindi sviluppate armi come gli archibugi e cannoni, ma anche una nuova architettura difensiva delle città in funzione di queste nuove armi.
Il mondo moderno è un mondo in guerra. Nessun privato, signore feudale, poteva fare da solo una guerra. La guerra la poteva fare solo uno STATO.
L’OROLOGIO E IL TEMPO cambiano il ritmo e la vita degli uomini e delle comunità nel fare quotidiano. Il tempo viene calcolato inizialmente per la gestione delle guardie sulle mura delle città. Importante è per i monaci, che perfezionano l’orologio solare, per poter scandire il tempo della preghiera. I comuni adottarono anch’essi un orologio solare e quindi l’utilizzo delle campane quando bisognava dare il segnale orario alle città.
Con l’orologio c’è un’altra caratteristica del mondo moderno, il VALORE DEL TEMPO. Nel Medioevo la concezione del tempo è per viverlo a pieno esso è un dono di Dio, nel mondo moderno il tempo è associato al guadagno, al far affari(il tempo è denaro).
Il tempo non è fatto per essere goduto, ma per arricchirsi, si perde così la dimensione di godere del tempo.
Un nuovo SVILUPPO DEL LAVORO e le BANCHE. Si inventarono l’assegno di giro e conto, tra il ‘400 e il ‘500, a Firenze e in Germani. L’origine della parola strozzino, esempio, è derivata dai banchieri fiorentini della famiglia Strozzi. Nasce l’ASSICURAZIONE per proteggere le navi c he con le nuove rotte fanno percorsi ora mai oceanici. Si assicurava la nave per proteggere il capitale caricato sulla nave per le spedizioni. Le INDULGENZE stesse erano in fondo una assicurazione per la salvezza dell’anima.
 
La circolazione del denaro fecero sorgere le BANCHE. Il soldo era la paga del soldato in epoca romana, l’unità di misura nello scambio era la pecunia. Nel mondo romano il denaro era diviso in cento parti, il centesimo. Nel Medioevo si fa avanti nua moneta per sgli scambi, per quello grandi ci sono gli assegni di giro e cambio.
 
Con la circolazione del denaro, emerge un fattore che nel Medioevo non era percepito, la BORGHESIA. Inizia a differenziarsi la comunità, tra società ricca e povera e non più solo nobiliare o plebea.
 
La CULTURA come segno distintivo di una comunità. L’opera politica medievale per eccellenza è di Dante il “De Monarchia” e l’opera del mondo culturale moderno è di Macchiavelli “Il Principe”.
Qui c’è la differenza della cultura medievale e il mondo culturale e politico moderno. La monarchia è una struttura gerarchica organizzata, mentre nel mondo moderno la struttura del potere è il principe stesso. La monarchia si basa sul principio di bene comune, nel Principe sul bene personale, cambia quindi la struttura gerarchica politica.
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